L’AUTOSTIMA: COME MIGLIORARLA?

L’autostima è un processo soggettivo e duraturo che porta il soggetto a dare giudizi sul proprio valore personale. La parola auto-stima è, infatti, composta dalla parola stima che significa valutazione e il prefisso auto che indica Sé stessi, ovvero quello che gli psicologi chiamiamo Sé. Il sé è però composto in tre parti:

1)il Sé ideale che indica come vorremmo idealmente essere,

2)il Sé percepito ovvero come io mi vedo,

3)e il Sé reale cioè come sono realmente.

L’autostima può essere definita come la distanza che avvertiamo tra come vorrei che io fossi in base ai condizionamenti culturali e familiare (Sé ideale) e come invece mi percepisco (Sé percepito).

Accettarsi per come si è, essere disposti a perdonarsi e a prendersi cura di sé, adottare uno stile assertivo, saper esprimere e regolare le proprie emozioni sono buone basi per la costituzione di una autostima alta.

Quando smettiamo di credere in noi stessi, nelle nostre potenzialità e nelle nostre capacità, il mondo esterno e chi ci circonda inizia a sembrarci più pericolo influenzando non poco il tono del nostro umore e le nostre relazioni. Una scarsa autostima può rappresentare un enorme ostacolo nel percorso verso i nostri sogni ed obiettivi.

Troppe persone hanno una bassa autostima ed essa è la concausa di problemi come paure, ansie, fobie, non realizzazione delle potenzialità individuali. Indizi di bassa autostima sono inoltre l’autocritica rigorosa, l’ipersensibilità alle critiche, l’indecisione, la paura del giudizio, il perfezionismo, i sensi di colpa, l’irritabilità, atteggiamento ipercritico, anassertività e la depressione.

Sempre più spesso ci troviamo a sentire amici o parenti “autodiagnosticarsi” una bassa autostima o, forse ancora più spesso, ci siamo trovati a consigliare di “credere di più in sé stessi”. Sono sicuro che è successo anche a te. Ma perché è cosi diffusa?

La risposta è più semplice di quelle che ci possiamo immaginare. Nel nostro mondo, fin da piccoli, il nostro comportarsi bene viene considerato un atteggiamento normale, nella norma, dovuto e quindi inevitabilmente trascurato. È anche vero il contrario però: quando sbagliamo qualcosa c’è sempre pronto qualcuno a puntarci il dito contro creando così attenzione su quell’evento. Questo meccanismo, che sembra appunto normale, finisce in realtà per premiare l’idea negativa di noi creando attenzione sull’evento negativo e punire l’idea positiva di noi trascurando il nostro atteggiamento positivo. In questo modo si scrive nella nostra mente che noi non valiamo.

C’è però una buona notizia: il nostro livello di autostima non è scritto in modo indelebile. La nostra mente è infatti plastica e per questo motivo l’autostima è un fattore dinamico, che evolve nel tempo e subisce variazioni anche notevoli nel corso della vita. Essa va quindi coltivata, curata, alimentata durante il corso dell’esistenza. Migliorare l’autostima è possibile e in realtà non è nemmeno difficile, basta volerlo veramente e sforzarsi di pensare che lo si fa per se stessi e che un giorno, dopo un allenamento adeguato, non si proveranno più quelle spiacevoli sensazioni di inadeguatezza e finalmente sarà possibile prendere decisioni in modo autonomo, portarle avanti senza ripensamenti né il timore di aver commesso un tragico errore.
Avere una maggior autostima e fiducia in sé stessi non ci rende automaticamente dei supereroi, ma rappresenta il primo passo per affrontare al meglio le sfide di tutti i giorni e i nostri obiettivi più ambiziosi.

Ora proviamo a fare un semplice esercizio insieme per capire in che condizioni sta la nostra autostima.

  1. Prendete carta e penna
  2. Segnate su un pezzo di carta 10 aggettivi che vi rappresentano
  3. Assegnate ad ogni aggettivo un valore positivo (+) se pensate che è una caratteristica positiva e un valore negativo (-) se pensate che sia una caratteristica negativa

Bene! Immagino siate stati onesti…

  1. Ora fate la somma algebrica dei valori positivi e negativi

Dove vi posizionate?

 

 

Chiaramente più vi avvicinate allo zero e più la vostra autostima è in equilibrio.

Salvatore De Costanzo

25/10/2012 at 17:35 Lascia un commento

LA CONSULENZA PSICOLOGICA ON-LINE

 

Il materiale su cui si è basato questo articolo proviene da un recente convegno tenutosi a Napoli, il 14 e 15 Giugno 2012, dal titolo “Il Colloquio Clinico”. La dott.ssa Antonella Bozzaotra, Vicepresidente dell’ Ordine degli Psicologi della Campania, insieme al dott. Stefano Manzo, esperto dell’argomento, nonché Presidente del centro di Ricerca ANIMA, hanno delineato i principi generali di questo delicato approccio.

La tecnica della consulenza psicologica online è ancora ben lontana da una precisa definizione, come testimoniato dai numerosi sinonimi cui ci si riferisce (cybertherapy, e-therapy, therapy online, Internet-based treatment, e-counselling, internet-based intervention, writing intervention, Internet counseling, teletherapy, Internet Therapy).

Una possibile definizione è quella indicata da Mallen, Vogen et Al (2005): “qualsiasi erogazione di servizio per la salute mentale e comportamentale, includendo -ma non limitandosi alla psicoterapia- la consultazione e la psicoeducazione, da un professionista autorizzato attraverso un setting non face-to-face, cioè attraverso tecnologie a distanza quali il telefono, la mail, la chat e la videoconferenza”.

Queste ultime tecnologie citate delineano due tipi di comunicazione: una comunicazione sincrona (es. chat, teleconferenze) che permette di superare le barriere dello spazio; una comunicazione asincrona (es. mail) che consente di ovviare anche a questioni temporali. I sostenitori di tale approccio sostengono che queste caratteristiche sono fondamentali per raggiungere un tipo di utenza particolare, come persone affette da disabilità grave, popolazioni rurali, individui che desiderano mantenere un particolare anonimato o che stigmatizzano negativamente le psicoterapie tradizionali.

Gli scettici, però, oppongono tutta una serie di ragioni che renderebbero questa tecnica inefficace dal punto di vista terapeutico. Per instaurare una idonea relazione clinica, c’è bisogno di prossimità fisica, comunicazione sincrona, identità ben delineate (del paziente e del terapeuta), co-presenza, contatto fisico e psicologico. Questi “dogmi” possono essere effettivamente considerati imprescindibili per promuovere un cambiamento terapeutico?

Eysenck, provocatoriamente, aveva affermato che gli effetti della psicoterapia sono in realtà dovuti al semplice trascorrere del tempo. Da questa asserzione si originarono tutta una serie di studi di ricerca in psicoterapia, che hanno interessato, più di recente, anche la consulenza psicologica on-line. Se gli effetti del tempo non possono essere negati, è pur vero che si presenta una netta differenza tra i gruppi sperimentali e i gruppi di controllo (trattati con metodi placebo). Mallen et al. (2010) hanno dimostrato che il condurre una consulenza psicologica on-line consente l’instaurarsi di una buona alleanza terapeutica, di empatia e di holding. Klein e Richards (2010) hanno evidenziato come questa metodologia fosse efficace nel trattare pazienti affetti da sintomi di panico.

Per riassumere, i vantaggi dell’ e-counseling sono privacy, economicità, maggiore disinibizione nel trattare certi argomenti, facile accessibilità, deterritorializzazione del paziente (che può essere così seguito anche in caso di spostamenti, come cambi di residenza ecc.), svincolo spaziale. Di contro, si riscontrano una inevitabile perdita di indizi non verbali e paraverbali (meno netta con la metodologia della videochat), una non sincronicità della comunicazione (come nel caso della mail), un possibile deficit delle competenze tecnologiche da parte della coppia terapeutica, una non efficacia di trattamento verso patologie più gravi (che comprendono, ad esempio, tentativi di suicidio), una minore definizione delle identità degli attori della relazione, un minor contatto psicologico.

Quello che risulta fondamentale è il progettare interventi appropriati per ciascuna modalità comunicativa. Il rigore e la tutela dell’utente sono alla base, così come ogni altro setting. In questo modo, l’e-counseling può divenire uno strumento fondamentale in determinati contesti.

Stefano D’Alessio

16/06/2012 at 15:42 Lascia un commento

ERGOTERAPIA: LA DIFFUSIONE IN ITALIA

L’art.1 della Costituzione del nostro paese recita: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.» Il lavoro è considerato un diritto di ogni cittadino per tale ragione, negli ultimi quarant’anni, si è lottato per ottenere l’inserimento delle persone portatrici di disabilità psichica e fisica nel mondo del lavoro.

In questa direzione in Italia, si è ottenuto un cambiamento fondamentale, nel settore della Salute Mentale, grazie dall’approvazione della legge 180 del 13 maggio 1978, detta legge Basaglia, portatrice della riforma della psichiatria classica e della chiusura delle strutture di contenzione e di custodialismo. In seguito all’avvenimento, definito da moltI, della liberazione dei matti dai manicomi, è sorta l’esigenza dell’inserimento sociale di queste persone, fino a quel momento, tagliate fuori dal mondo.

Lo psichiatra italiano Franco Basaglia (1924-1980), nel suo libro Che cos’è la psichiatria?, scrive: « [..] non vi è alcun dubbio che il lavoro, anche sotto forma “d’ergoterapia”, sia vissuto dal paziente come un importante punto di riferimento della sua vita quotidiana ospedaliera; un punto di riferimento che nel quale egli spesso finisce per investire un valore e un significato che trascendono quelli propriamente terapeutici.». Franco Basaglia, nel 1967 fu direttore dell’Ospedale Psichiatrico Provinciale di Gorizia, fu qui che ebbe inizio la sua attività anti istituzionale che mirava a restituire la dignità alle persone sofferenti anche attraverso il riconoscimento di un ruolo occupazionale. Basaglia sosteneva che: « Dal momento in cui oltrepassa il muro dell’internamento, il malato entra in una nuova dimensione di vuoto emozionale […]; viene immesso, cioè, in uno spazio che, originariamente nato per renderlo inoffensivo ed insieme curarlo, appare in pratica come un luogo paradossalmente costruito per il completo annientamento della sua individualità, come luogo della sua totale oggettivazione. Se la malattia mentale è, alla sua stessa origine, perdita dell’individualità, della libertà, nel manicomio il malato non trova altro che il luogo dove sarà definitivamente perduto, reso oggetto della malattia e del ritmo dell’internamento. L’assenza di ogni progetto, la perdita del futuro, l’essere costantemente in balia degli altri senza la minima spinta personale, l’aver scandita e organizzata la propria giornata su tempi dettati solo da esigenze organizzative che – proprio in quanto tali – non possono tenere conto del singolo individuo e delle particolari circostanze di ognuno: questo è lo schema istituzionalizzante su cui si articola la vita dell’asilo. » (Basaglia F., 1964)

 Basaglia istituì, negli ospedali psichiatrici, laboratori di pittura e di teatro per gli ex-pazienti psichiatrizzati. L’innovazione Basagliana, pian piano si è estesa sull’intero territorio italiano, presto ha condotto alla chiusura dei manicomi e alla costituzione di numerose cooperative sociali. Le cooperative, sono delle organizzazioni sociali nate, negli anni ’80, per consentire agli ex degenti manicomiali di svolgere attività lavorative anche con un minimo di retribuzione. Sono gestite non solo da professionisti della salute mentale ma anche da persone sofferenti. Un ottimo esempio di queste trasformazioni è mostrato nel film Si può fare di Giulio Manfredonia (2008). Nel film è narrata la storia della nascita di una cooperativa sociale, il Noncello, in provincia di Pordenone, sorta nel1980 in seguito alla legge Basaglia.

Negli anni ’80, in Italia, è dato un nuovo statuto all’impiego occupazionale dei pazienti della salute mentale, ed è messo in rilievo il valore riabilitativo e terapeutico che ha il lavoro nel recupero della soggettività, delle emozioni, delle relazioni, e dell’importanza della vita, per ogni persona. Per tale motivo sono numerosi, sul territorio nazionale, i centri di salute menatale che utilizzano la terapia occupazionale come strumento riabilitativo m anche relazionale. Queste riflessioni hanno condotto, nell’ultimo ventennio, ad un’apertura maggiore della terapia occupazionale al pensiero psicoanalitico, verso nuove possibilità che si dischiudono all’ergoterapia, grazie alla valutazione dell’importanza che ha il fare per il cliente, e alla comprensione cha ha per lui il fare qualcosa e il fare per raggiungere uno scopo, del fare per realizzare un desiderio.

Il settore della salute mentale è vessato da tagli economici, ma ancora ci sono delle unità operative di salute mentale e delle cooperative sociali, che continuano a svolgere la loro funzione d’aiuto, attraverso la proposta d’attività occupazionali.

Un esempio di quel che dico è stato da me vissuto e osservato nel centro diurno riabilitativo Lavori in Corso dell Asl Na.1 d.s 39, situato nel cuore del quartiere Sanità di Napoli. L’equipe, del centro diurno, condivide le idee Basagliane secondo cui, la clinica deve divenire un laboratorio per nuove forme di relazioni sociali, inoltre si propone di mantenere al centro il concetto di valore della persona, e fonda la sua operatività sul concetto Bioniano di Apprendere dall’esperienza, ma anche sull’esperienza dell’apprendere (A.A.V.V. 2008). Ogni operatore si relaziona ai clienti con piena disponibilità per fare/pensare attraverso le attività proposte: la squadra di pallavolo, corsi di nuoto, di danza e di teatro; ma sono presenti anche molti spazi di riflessione e di comprensione. Il fare e il fare in gruppo, sollecitano lo scambio relazionale, il racconto di sé, dei propri timori e dei propri desideri. Ho fatto parte per più di un anno dell’equipe di Lavori in corso ed ho partecipato attivamente alla loro metodologia occupazionale. Ho assistito e partecipato, al lavoro di operatori e pazienti, che cooperavano nella costruzione di una Deriva, ed ho vissuto attraverso i pazienti la trasformazione, di ogni pezzo di legno maneggiato o di odore di colla e vernice esperiti, in emozioni, pensieri e sogni.

Enrica Esposito

 

19/04/2012 at 15:42 Lascia un commento

EMOZIONI, MALATTIA E CANCRO

[Olga Luna, Le Mur]

L’analisi dei rapporti tra emozioni e malattia consente di riflettere sulla possibilità che emozioni negative possano effettivamente produrre uno stato di sofferenza fisica all’individuo.

E’ stato ampiamente dimostrato, soprattutto da orientamenti relativamente recenti come l’approccio bio-psico-sociale o quello psiconeuroendocrinoimmunologico, come alcune patologie organiche abbiano una stretta relazione con il contesto socio-culturale e con le emozioni individuali. Molti studi che si collocano soprattutto nel secondo ambito affermano che individui sottoposti a livelli intensi di stress, o con vissuti depressivi frequenti, possono essere considerati a rischio, in quanto una qualità bassa della “vita psichica” influisce negativamente sul sistema immunitario. Tali fattori possono, dunque, influenzare l’insorgere di una malattia e il suo stesso decorso. E’ facile pensare a come questi studi si collochino su una vasta tradizione di credenze per così dire “popolari”, le quali hanno sempre assegnano allo “stress” che la società (soprattutto quella odierna) impone all’individuo ogni genere di potere negativo sulla salute. La “vacanza” per ristabilire il proprio benessere è molto comune nell’immaginario collettivo; già nell’ ‘800, ad esempio, si consigliava ai malati di tubercolosi di trascorrere qualche giorno al mare o in montagna per tentare di ristabilirsi (vigeva la convinzione che la tisi fosse una malattia dovuta alle città umide e malsane).

La sempre più crescente attenzione alla dimensione individuo-qualità della vita fornita da questi due orientamenti, in contrapposizione ad un modello essenzialmente bio-medico, ha contribuito allo sviluppo di approcci che assegnano grande importanza agli interventi di sostegno psicologico che si effettuano su pazienti colpiti da malattie gravi, vero e proprio evento traumatico. Il cancro certamente può essere annoverato tra queste, ponendosi spesso come nuovo evento organizzatore della vita dell’individuo, che necessita di ristrutturare completamente sé stesso e le relazioni con l’ambiente. L’assistenza, specificamente messa a punto dall’approccio psiconcologico, può accompagnare il paziente in questo percorso.

Per quanto riguarda più da vicino la malattia tumorale, è lecito chiedersi se le emozioni possano intervenire, come concausa, nella formazione ed evoluzione di una forma neoplastica. Nella storia di questa patologia possiamo trovare numerosi riferimenti a questa ipotesi. Il medico cinese Zhiang Zi, già nel 360 a.C. la prendeva in considerazione, affermando che <<chi costringe la propria natura soffrirà di ulcere, di tumori o di febbri >>.

Il ruolo che eventi negativi sul piano emozionale possono avere sulla formazione di una malattia neoplastica è stato sottolineato da altri importanti autori. LeShan (1966) e Speciani (1982), hanno messo in luce la presenza, prima della comparsa della malattia, di accadimenti depressivi di grave portata. Si può trattare di separazioni affettive, cambi di lavoro frustranti, stile di vita che è divenuto monotono e apatico. Tali autori sostengono che nelle neoplasie gli istinti verrebbero o completamente negati o da un certo momento esistenziale rimossi. Dopo un tempo più o meno lungo (da 2 a 5 a 10 anni) compare la neoplasia. Scrive Speciani: <<La chiave del mistero è la natura psicosomatica dell’uomoegli è l’unica medicina di se stesso, e che nessuno dei nostri superbi interventi è capace di guarire, ma solo di aiutare l’uomo a farlo>>.

Uno studio più recente di Mariano Bizzarri (1999) ha dimostrato che una grave situazione depressiva può facilitare lo sviluppo tumorale, in quanto sarebbero inibite, a livello neuro immunitario, le funzioni delle cellule Natural Killer, le quali riconoscono e distruggono le cellule tumorali. Si è visto che i parametri immunitari di queste cellule aumentano in condizioni di stress acuto, come se la stimolazione fosse funzionale al recupero del benessere; in condizioni di stress cronico, al contrario, la loro attività diminuisce.

Questi sono solo alcuni degli studi, più importanti, che si collocano in questo filone di ricerca. La discussione in questo ambito, ad ogni modo, è ancora molto aperta.

Stefano D’Alessio

 

12/04/2012 at 14:13 Lascia un commento

ERGOTERAPIA E PSICODINAMICA

Riattraversando il sentiero della psicoanalisi attraverso il fare, ritroviamo come anche Freud sostenesse che la molla d’ogni attività umana fosse l’aspirazione verso le due mete convergenti dell’utile e del piacevole, in particolare in un’affermazione a lui attribuita secondo cui: amare e lavorare sono le due capacità che indicano la sanità mentale e il pieno sviluppo maturazionale dell’individuo (Goleman D. 1996).

Come sostiene Gabriella Ba (2003), sebbene il valore del fare e dell’adattamento dell’individuo al suo contesto fosse stato riconosciuto già da tempo, in ergoterapia un vero e proprio modello psicodinamico fu sviluppato negli anni ‘60 da Fidler e Fidler: nella loro concezione, il fare insieme del clinico con il singolo paziente o col gruppo terapeutico nelle attività del quotidiano, ricreative o espressive, assume significato e senso di mediatore della comunicazione verbale e non verbale, diretta e indiretta. Ad essi si deve l’idea che l’attività occupazionale scelta dal paziente è da considerare come una rappresentazione inconscia dei bisogni e delle difese del soggetto e bisogna dunque prestare molta attenzione alla scelta dell’attività occupazionale compiuta dai pazienti. Da qui, secondo i sostenitori del modello ergoterapeutico psicodinamico gli elementi fondamentali della terapia occupazionale sono tre: l’azione che il soggetto compie definita anche attività occupazionale, gli oggetti che usa nell’attività prescelta o gli oggetti che ne sono il risultato, e le relazioni interpersonali che influenzano l’azione e che sono influenzate a loro volta dall’azione.

Un’altra componente non trascurabile del modello psicodinamico della terapia occupazionale è il setting. Come afferma Gabriella Ba il setting ergoterapeutico si costituisce come uno spazio potenziale che contiene oggetti transizionali che vengono usati dal paziente per comunicare i suoi pensieri e sentimenti: colori, legno, plastica etc . I termini spazio potenziale e oggetto transizionale originano dal pensiero dello psicoanalista inglese Donald W. Winnicott (1974), il quale descrive lo spazio potenziale come « Un’area ipotetica che esiste (ma non esiste) tra il bambino e l’oggetto (madre o parte della madre), durante la fase del ripudio dell’oggetto come non-me, vale a dire quando finisce l’essere fuso con l’oggetto». Secondo l’autore giocare è una maniera particolare d’agire, è un modo di trattare la realtà in forma soggettiva. Rileggendo le concezioni winnicottiane, l’ergoterapeuta Gabriella Ba afferma che, secondo lo psicoanalista inglese, ad un certo punto dello sviluppo cognitivo-affettivo del bambino l’oggetto transizionale è sostituito dalla cultura e dal linguaggio, inteso come sistema di simboli che consente all’individuo di comunicare. A tal riguardo Claudine Vacheret (2008) sostiene che Winnicott nei suoi lavori insiste sulla continuità d’esperienza tra l’investimento dell’oggetto transizionale e l’investimenti degli oggetti culturali. Chouvier B. (2002) ha definito l’oggetto mediatore come un medium che attraverso le sue caratteristiche tangibili di forma, colore, spazio occupato, di esistenza autonoma rispetto a chi lo vede, è un oggetto in grado di mobilizzare l’attività simbolica della psiche. R. Kaes (2008), invece, scrive che «Non è l’oggetto in sé ad essere mediatore, ma è mediatrice la funzione che svolge all’interno di un contesto relazionale» . L’oggetto mediatore è un supporto per le rappresentazioni preconsce, e favorisce il lavoro psichico di creazione di legami, è un mezzo per l’elaborazione e la presa di coscienza. La Cunningham (2003) ritiene che la terapia occupazionale può essere definita una tecnica di mediazione attuabile con il singolo individuo e nel gruppo. Il gesto e l’azione, al pari della parola e degli oggetti concreti, hanno un valore simbolico: il fare costituisce lo spazio dove il mondo interiore del paziente si incontra con il mondo interiore del terapeuta; il fare crea un legame.

Il Modello Vivaio di matrice psicodinamica è nato a Milano nel centro di psicologia dell’età evolutiva circa trent’anni fa, grazie alla collaborazione di Julie Piergrossi Cunningham, Carolina De Sena Gibertoni, e altri professionisti impegnati nel settore occupazionale. La filosofia del M.O.V.I. è fondata sulla convinzione che le occupazioni, il fare insieme e le relazioni umane, sono centrali nella vita degli esseri umani, e in quanto tali sono essenziali per la salute e il benessere degli individui. Tale modello ha come obiettivo principale l’integrazione dei concetti psicoanalitici con una relazione terapeutica ancorata al fare, annunciando il tal modo il risveglio della psicoanalisi nella terapia occupazionale. La Cunningham afferma che il M.O.V.I. ha come presupposto teorico, il riconoscimento e lo studio dei movimenti emozionali attivati e veicolati attraverso il fare, che si attivano all’interno della relazione interdipendente che si instaura, tra il terapeuta, il paziente o il gruppo, e l’attività prescelta: qui si crea una dinamica transferale del comprendere facendo, dove ciascuno dei tre protagonisti della situazione terapeutica comunica con gli altri attraverso il fare e il fare insieme. Secondo il Modello Vivaio, il ruolo del fare è quello di consentire l’accesso alla mente. Attraverso il fare, in presenza di o con i pazienti, è possibile avere accesso in modo indiretto al loro mondo interno, ai loro ricordi e avvicinarsi ai pensieri e alle emozioni che sottendono le loro azioni ma anche osservare a ciò che creano, trasformano o distruggono dell’ambiente, senza essere avvertiti come invasivi. Tutte le occupazioni dell’individuo riguarderebbero principalmente tre sfere di vita: la cura di sé, il gioco, e il lavoro.  Una delle sfere occupazionali prese in considerazione nel modello Vivaio è il gioco:  esso è considerato per lo più un’attività svolta principalmente durante l’infanzia ma come sostiene la Cunningham il gioco anche in età adulta deve essere considerato un’attività molto importante poiché consente all’individuo di rilassarsi, di divertirsi e di fare esperienza della propria capacità creativa, in particolare se si tiene conto che l’interazione di tutte e tre le sfere di vita è insita nel fare di ogni individuo. La Cunningham inoltre sostiene che il paziente porta con sé il suo mondo reale e il suo mondo interno (fantasie, impulsi, desideri, interessi, difficoltà) nella stanza occupazionale.

Fra i maggiori promotori, degli ultimi anni, del pensiero psicoanalitico nel campo della terapia  occupazionale, non ci si può esimere dall’annoverare Lindsey Nicholls, per il suo interesse a comprendere quando il fare può agire come un contenitore, come un luogo in cui penare, e quando può assumere la forma di un’inutile o maniacale difesa, come un modo per evitare sentimenti, pensieri e relazioni. La Nicholls considera l’occupazione, il fare, in due modi: come rappresentante simbolico dei bisogni umani e come uso inconscio delle difese che divengono nel corso del tempo non adattive; inoltre fa proprio il pensiero di Field e Field (1963) sostenendo che bisogna prestare attenzione alla scelta occupazionale del cliente, poiché può racchiudere in sé un potenziale rafforzamento delle difese nevrotiche o psicotiche. Tale affermazione si fonda sulla considerazione che l’attività svolta dai pazienti può rappresentare un valido sostituto di un’esperienza che suscita in loro un sentimento d’angoscia, un’intensa paura o un bisogno: in questo senso la scelta di un’attività occupazionale è da considerarsi come una rappresentazione simbolica dei processi interni ed esterni, che si manifestano nel fare del soggetto. La Nicholls (2007) infine asserisce che ogni attività occupazionale è portatrice di un processo creativo e di un impegno relazionale poiché, come sosteneva anche S. Freud, attraverso l’occupazione ci si connette al mondo esterno

Enrica Esposito 

07/04/2012 at 16:30 Lascia un commento

LA TERAPIA OCCUPAZIONALE

Nel secolo XVI Voltaire scrive, « L’uomo è fatto per l’azione, come il fuoco tende verso l’alto e la pietra verso il basso. Non essere occupato e non esistere è per l’uomo la stessa cosa».

Secondo la terapista occupazionale Cunningham J. P. (2006) l’ergoterapia evidenzia l’importanza per gli individui d’essere attivi ed il suo concetto di fondo è racchiuso nell’affermazione: fare contribuisce ad essere e che l’essere impegnati ed attivi è un bisogno primario dell’essere umano, poiché l’essere umano è un animale occupazionale. Inoltre i terapisti occupazionali Fidler G., Fidler J. (1963) sostengono che l’elemento centrale, di questa attività terapeutica è il fare inteso come la capacità d’agire orientata da bisogni e motivazioni.

L’attività quotidiana dell’uomo è considerata da sempre un valido strumento di prevenzione e di cura delle patologie fisiche e delle malattie mentali, mentre l’inattività è stata valutata come una causa aggravante delle situazioni critiche. Infatti come affermano Amelia Belli e Gabriella Ba (2003) già nel 2000 a.C. molte antiche civiltà prescrivevano per la cura di gravi affezioni mentali, attività di danza, esercizi di musica e di giardinaggio.

L’uso dell’occupazione come mezzo terapeutico si deve agli inizi del secolo XVIII allo psichiatra francese Philippe Pinel (1745-1826), il quale nel 1830 scrisse il primo trattato di psichiatria dove espose i principi della dottrina del trattamento morale. Scive Pinel « L’occupazione è in grado di capovolgere la china viziosa delle idee fisse e d’influenzare la facoltà di comprendere».

Agli inizi del secolo XX si fece strada, nel campo della salute mentale, il pensiero dello psichiatra-dinamico Adolph Meyer (1866-1950). Meyer considerava le malattie mentali come il risultato d’abitudini e comportamenti disorganizzati e come un problema d’adattamento e di equilibrio tra il lavoro e il gioco. Per tale ragione Adolph Meyer riteneva che il trattamento dei disturbi psichici dovesse includere attività, produttive e di ozio, generatrici di piacere ricreativo e lavorativo.

Tuttavia la prima riunione per la promozione della disciplina ergoterapeutica ebbe luogo nel marzo 1917 negli Stati Uniti d’America, a New York. In quell’occasione fu coniato il termine tecnico di terapia occupazionale, ad opera di un gruppo di professionisti provenienti da ambiti molto diversi; gli architetti George Edward Barton e Thomas B. Kinder, l’assistente sociale Eleanor Slagle Clark, lo psichiatra William Rush Dunton Jr., l’insegnante d’arte Susan Cox Johnson, l’infermiera Susan Tracy e il medico Herbert Hall.

Sebbene il metodo di cura della terapia occupazionale si fosse sviluppato già all’inizio del XX secolo negli Stati Uniti, è soltanto nel 1952 che nasce la World Federation of Occupational Therapists (la Federazione Mondialedei Terapisti Occupazionali) considerata a tutt’oggi l’organizzazione internazionale ufficiale per la promozione della terapia occupazionale nel mondo.  In questi stessi anni, un’altra importante voce che si eleva nel panorama della terapia occupazionale è quella dell’ergoterapeuta Mary Riley. Quest’ultima durante un incontro col suo gruppo di ricerca occupazionale tenutosi nel 1962 presso la Southern CaliforniaUniversity, affermò:  «l’uomo attraverso l’uso delle sue mani, energizzate da mente e volontà, è capace d’influire sullo stato della propria salute».

Nel nostro paese, diversamente da quanto si è verificato nel panorama estero, un vero e proprio riconoscimento dell’ergoterapia, come professione e come strumento riabilitativo si avrà solo più tardi, con la fondazione a Roma dell’associazione Italiana dei Terapisti Occupazionali (A.I.T.O) nel 1977.

La terapia occupazionale dunque nasce come quell’ambito d’intervento che si propone di promuovere e di mantenere nel tempo la capacità nel paziente di svolgere, in modo soddisfacente, i compiti della propria vita, di sviluppare la padronanza di sé e dell’ambiente in cui è inserito.  Questo è l’assunto principale dell’orientamento olistico, sostenuto tra gli altri da Fidler G. e Fidler J. (1963) e dall’ergoterapeuta Chris Mayers (1990). Secondo quest’ultimo l’ergoterapia cerca di comprendere il soggetto nella sua totalità, prestando attenzione ai suoi interessi, ai suoi bisogni, ai suoi desideri, alle sue risorse personali e sociali ma anche alle sue paure e ai suoi limiti.

Anche l’approccio centrato sul cliente costituisce un altro fulcro teorico che ben si combina con gli assiomi della terapia occupazionale, come rileva la terapista occupazionale Thelma Sumsion (2006): il metodo di cura basato su di esso,  elaborato dallo psicologo statunitense Carl Rogers (1902-1987) negli anni ’50, considera il soggetto in modo globale e gli riconosce pieno  statuto decisionale, oltre al ruolo di protagonista della sua stessa esistenza, nei termini in cui lo considera una persona e non più solo un malato. In Italia, Gabriella Ba riprende questa concezione dell’individuo applicandola alla terapia occupazionale, dal momento che i presupposti teorici dell’approccio centrato sulla persona si concretano nella valorizzazione delle risorse che il soggetto possiede e nell’incentivarlo all’assunzione della piena autonomia, attraverso l’impegno e la scelta di un’occupazione, sottoforma di attività ludico-ricreative.

Enrica Esposito

03/04/2012 at 13:42 Lascia un commento

IL METODO DEL FOTOLINGUAGGIO CON GRUPPI DI DONNE IN CARCERE

Quanto di seguito riportato è stato il tema di una conferenza organizzata presso l’Università Federico II, tenuta dalla Prof.ssa Maria Clelia Zurlo e dallla Prof.ssa Magali Ravit dell’ Università di Lione.

Il metodo del fotolinguaggio ha alla base un concetto molto semplice, cioè che la fotografia può divenire un efficace strumento di conoscenza di sé. Il lavoro e l’esperienza della Ravit, che applica tale metodo ad un gruppo di donne in carcere, ha l’intento di dimostrare come esso può essere utile nel permettere ai pazienti, o meglio volontari, un riappropriamento della propria soggettività.

Per quanto riguarda l’esame psicologico di tali pazienti, emergono dei concetti chiave: il primo è quello di “vuoto narcisistico”: tale vuoto può esser fatto risalire, riferendosi alla teorizzazione di Winnicott, ad un mancato contenimento da parte della madre. Ciò significa che la madre (per motivi quali una sindrome depressiva post-partum) non si è dimostrata “sufficientemente buona” nell’interpretare e soddisfare i bisogni del bambino, non è stata capace di realizzare una relazione empatica con esso, lasciandolo in preda alle angosce. La relazione precoce, se avviene senza complicanze, è una esperienza soggettivante, pone le basi dell’autoerotismo; se il contenimento è carente, il soggetto non si percepisce come “soggetto”, ma come “oggetto” dell’altro. Questo è proprio ciò che è frequentemente riscontrabile nelle persone in carcere: il loro passaggio all’atto violento è in parte legato a questo percepirsi come “oggetti”, a causa di un mancato rispecchiamento nella figura materna nell’ambito della relazione precoce, che non ha posto le basi per la caratterizzazione dell’individuo.

Un secondo concetto chiave legato al passaggio all’atto violento è quello di “captazione speculare” : nello pischismo è presente un processo riflessivo, che permette al soggetto di rappresentare sé stesso come soggetto rappresentabile. Tale processo può essere malfunzionante: è il caso degli psicotici in cui manca questa attività rappresentativa, così nel passaggio all’atto lo psicotico usa l’altro come specchio mancante.

Dunque il passaggio all’atto violento e criminoso rappresenta una reazione e vendetta sull’altro, a cui si vuole far provare questa condizione di oggetto in cui si trova chi agisce la violenza.

Si è visto come il carcere, e le esperienze che si provano in esso (come ad esempio la dilatazione del tempo causata dalla routine in cui ogni detenuto è immerso) possono riattivare i vissuti d’oggetto, quindi avere un effetto negativo sui carcerati. La routine del carcere è uno dei motivi per cui tutte le attività che vengono proposte ai carcerati sono ben accette: difatti evitano la passività, la “scomparsa del tempo” che ognuno di essi prova.

Ecco perchè il metodo fotolinguaggio può avere un effetto positivo anche in questo senso: ciò che accomuna i carcerati è la loro volontà di partecipare. In cosa consiste questo metodo?

–         In una prima fase avviene la composizione dei gruppi. In tale fase avviene la selezione dei partecipanti. Le sedute da effettuare sono 5/6, tuttavia è difficile assicurare una continutà di partecipazione, dunque se una persona rifiuta di partecipare o per altri motivi non può più essere presente alle sedute, ne viene invitata un’altra.

–         La seduta ha inizio con una domanda posta dallo psicologo che guida gli incontri. Queste domande sono postulate in base all’orientamento del gruppo, ai vissuti e agli avvenimenti che avvengono nella prigione di settimana in settimana. Allo stesso modo vengono selezionate le foto da sottoporre ai detenuti.

–         I soggetti hanno a disposizione tali fotografie per rispondere alla domanda. Dunque essi sono chiamati ad esprimersi mediante la scelta di una foto. Questa tecnica aggira la normale vergogna che si prova quando si effettuano queste attività di gruppo. Alla scelta della foto segue una discussione di gruppo.

 Ad esempio lo psicologo può chiedere: “Scegliete una foto per parlare di una dipendenza non tollerabile”. Ogni soggetto ha le sue foto per poter rispondere. Una detenuta sceglie la foto di una donna in farmacia, riferendosi alla dipendenza da farmaci.

 La discussione di gruppo che ne segue permette una co-costruzione e condivisione di vissuti di malattia, che consente una certa soddisfazione narcisistica.

Il metodo fotolinguaggio permette un’attività rappresentativa, promuove la creazione di simboli che fanno riemergere i vissuti traumatici, legati al vuoto narcisistico. Il gruppo fotolinguaggio permette una scelta d’appartenenza, e non un’azione subìta. Rappresenta uno spazio affettivo legittimo.

E’ importante però che il dispositivo sia fatto su misura, deve cioè adattarsi alle modalità di rappresentazione dei pazienti che partecipano in quel dato momento, e non deve essere intrusivo col rischio di riattivare vissuti di violenza subìta.

Stefano D’Alessio

29/03/2012 at 16:35 Lascia un commento

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