Archive for febbraio, 2012

IL LAVORO NEL SERT

Il lavoro nel Ser.T. (Servizio Tossicodipendenze) è normalmente caratterizzato da una serie di difficoltà per l’operatore che ne rendono particolarmente complesso l’intervento, in particolare in ordine alla:

• cronicità;

• frequenza delle recidive;

• concomitanza di altre patologie;

• scarsità delle risorse personali e ambientali;

• discontinuità.

In più, i Servizi, con il passare degli anni hanno visto la loro popolazione aumentare, invecchiare e differenziarsi in maniera sempre più estesa, con l’affacciarsi sulla scena del Servizio di problematiche in precedenza marginali o sconosciute, come la sieropositività per HIV, l’immigrazione, l’insistenza di diagnosi per patologia psichiatrica o anche, come è probabile che accada, la concomitanza e la sovrapposizione sincronica di questi quadri nosografici che definiscono una condizione che va ben oltre la classica categoria di doppia diagnosi (comorbilità).

Questo lavoro prende spunto dall’intento di descrivere le modalità minimali di approccio al soggetto multiproblematico così come esse sono andate configurandosi nella pratica quotidiana di un Servizio per le Tossicodipendenze della ASL NA/1 collocato nella periferia nord della città con particolare riferimento agli aspetti psicologici e relazionali intervenuti nella gestione del caso. In questa sede il soggetto multiproblematico viene inteso come persona che presenta oltre alla diagnosi di tossicodipendenza da una o più sostanze psicotrope, anche una diagnosi di infezione da HIV e/o una diagnosi per disturbo psichiatrico e/o una condizione di marginalità sociale caratterizzata da una scarsità o assenza di risorse personali e ambientali cui riferirsi (per usare le parole di uno degli autori, ci avventuriamo oltre la doppia diagnosi nel terreno della tripla diagnosi, e oltre…) tali da includerlo in una condizione definibile di nuova povertà (la condizione di nuova povertà in una società dominata dall’eccesso di beni e risorse in apparenza facilmente disponibili, è definita fondamentalmente dalla condizione di esclusione dalla possibilità di accesso ai servizi di assistenza sociali e sanitari).

Tale condizione di marginalità è probabilmente l’aspetto più difficile da definire entro determinate categorie assimilabili ad un pattern diagnostico: in effetti determinate condizioni sociosanitarie di per sé possono non necessariamente determinare una condizione di marginalità ma le stesse condizioni all’interno di un contesto caratterizzato dalla scarsità di risorse personali ed ambientali, rappresentano dei fattori di oggettivo aggravamento della condizione di marginalità e di degrado della persona.

Lo studio cui si fa riferimento  è stato condotto, oltre dall’autrice di quest’articolo, da Ludovico Verde, Ersilia Moccia, Miriana Riccio, Marina Siconolfi, Fabrizio Starace. L’articolo si intitola  “Oltre la doppia diagnosi: la gestione del paziente multiproblematico nel Servizio per le Tossicodipendenze. Case management e lavoro di rete in un caso clinico”.E’ possibile trovare i dettagli della ricerca a pagina 18 della rivista Mission, attraverso questo link: http://pdfcast.org/pdf/il-lavoro-nel-sert-1

Viviana Ruggiero

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29/02/2012 at 18:59 Lascia un commento

I VOLTI DELLA MENZOGNA

“I volti della menzogna” è il titolo di un interessantissimo libro pubblicato da Paul Ekman. L’autore è uno psicologo e antropologo americano che ha effettuato studi pioneristici sulle emozioni e le relative espressioni facciali. I risultati delle sue pubblicazioni hanno contribuito in maniera netta alla possibilità di considerare una programmazione genetica, universale dell’espressività emozionale.

 Ekman si recò in Brasile, Cile, Argentina, Giappone, verificando come i soggetti comprendessero e usassero la stessa tipologia di espressioni facciali dei nordamericani. Per estendere i suoi risultati al di fuori di società e culture moderne, intraprese un ulteriore studio, condotto nella tribù dei Fore in Papua Nuova Guinea (1967). La scelta di questo campione fu motivata dal fatto che i membri della tribù appartenevano ad una cultura isolata e totalmente diversa dal resto del mondo: si intendeva, dunque, dimostrare l’esistenza di alcune emozioni di base che fossero condivise in maniera universale. Egli sottopose ad alcuni individui delle fotografie che ritraevano diverse espressioni emozionali di persone provenienti da culture diverse, con cui i Fore non erano mai entrati in contatto. Essi riuscirono ad identificare in maniera affidabile le emozioni-stimolo presentate. Da questo studio, egli concluse che le espressioni associate ad alcune emozioni fossero biologicamente connotate e, dunque, universali. L’autore descrisse, così, sette emozioni di base: rabbia, disgusto, paura, felicità, tristezza, sorpresa, disprezzo. I suoi studi proseguirono fino alla scoperta delle microespressioni: tutti gli individui manifestano indistintamente questi tratti espressivi nel momento in cui un emozione attiva i circuiti neuronali. Sono movimenti inconsapevoli, espressioni facciali “abbozzate”, che durano qualche frazione di secondo e possono essere rilevate prima di essere trasformate, a causa degli influssi culturali: ad esempio, si potrà mascherare un disgusto, censurare un’ espressione di rabbia con un viso impassibile, rovesciare un espressione di tristezza in sorriso a seconda delle circostanze. L’arousal emozionale di base, tuttavia, potrà essere rilevato tramite una videoregistrazione o una attenta osservazione.

 L’interesse di Paul Ekman, in seguito a questa scoperta, si allargò al campo delle menzogne e del loro svelamento. Egli ritenne possibile, dunque, attraverso un’attenta osservazione del comportamento altrui, scoprire quando una persona dicesse la verità o mentisse. L’autore in questo libro descrive minuziosamente, avvalendosi dell’aiuto di immagini, il movimento che sopracciglia, fronte, labbra, occhi, compiono nella composizione di una delle sette emozioni di base, comuni univesalmente. Non vengono però trascurati anche gli altri movimenti del corpo, come il movimento di mani, piedi, il torace (che dà indizi importanti sulla respirazione), persino la temperatura corporea. Secondo lo studioso americano, quindi, se una persona comune fa “buon viso a cattivo gioco”, ad esempio dimostrando indifferenza verso una notizia che in realtà gli fa rabbia, è possibile notare questa “maschera” osservando attentamente. L’idea suggestiva è che un’analisi di questo tipo assume quasi i connotati di una “lettura del pensiero”: per sapere cosa passa per la mente di una persona potrebbe bastare, ad esempio, l’osservazione di quanto l’iride accresca le sue dimensioni.

Una certa dose di allenamento è necessaria: Ekman ha messo a punto una serie di software (FACS, SETT, reperibili online) che permettono un training adeguato.

Per saperne di più consiglio la lettura di “I volti della menzogna. Gli indizi dell’inganno nei rapporti interpersonali” (2011) eGiù la maschera. Come riconoscere le emozioni dall’espressione del viso” (2007). Esiste anche una serie tv americana, che si intitola Lie To Me, girata proprio sotto la supervisione di Ekman, che dà un’idea, seppur a volte troppo televisiva, del metodo utilizzato dall’autore.

Stefano D’Alessio

28/02/2012 at 16:43 Lascia un commento

TI CONOSCO, TI CAPISCO, TI CONTROLLO??

Empatia, forte contatto empatico, forte vicinanza tra due persone che sentono che qualcosa le tiene strette, legate, l’una dentro l’altra. Tutto quello che provi è collegato a lei, tutto quello che senti ti dice che c’è lei, tutto quello che vorresti è starle vicino, e sentire quello che il suo cuore dice.

Termine coniato dall’estetica romantica per sottolineare la risonanza interiore degli oggetti estetici;mentre Jaspers distinse la comprensione empatica da quella razionale: «Quando nella nostra comprensione i contenuti dei pensieri appaiono derivare con evidenza gli uni dagli altri, secondo le regole della logica, allora comprendiamo queste relazioni razionalmente (comprensione di ciò che è stato detto); quando invece comprendiamo i contenuti delle idee come scaturiti da stati d’animo, desideri e timori di chi pensa, allora comprendiamo veramente in modo psicologico o empatico (comprensione dell’individuo che parla)». Si cerca di entrare nel ruolo dell’altro, per comprenderne il significato e valutare l’emozione che la situazione evoca, nonché intuire la comunicazione verbale e non verbale.

Nel rapporto terapeutico si parla di relazione “patica”, dove si percepisce la sensazione dell’altro e la sua esperienza particolare quale continuazione della propria esperienza.

L’interpretazione fenomenologica può essere attribuita alla figura di Scheler, che nel suo pensiero sostiene che l’individuo viva più nella collettività, quindi nell’altro, piuttosto che in se stesso, criticando dunque l’empatia in sé, perché sentire, capire o comprendere lo stato affettivo dell’altro non cambierà comunque il fatto che quello è e sarà sempre il suo stato affettivo e non il nostro, e riconoscendo tale sentimento quale simpatia.

Freud, di interpretazione psicoanalitica, dal canto suo riconosce l’empatia nell’immedesimazione, che passando attraverso l’imitazione permette di comprendere un’altra vita psichica, conoscendo campi e processi estranei a noi.

I Greci davano importanza al tempo della comunicazione che avviene nell’esprimere il proprio dolore, che assume più importanza rispetto a quella che può essere la diagnosi terapeutica. Essi chiamano in particolare questo tempo “kairos”, il tempo dovuto, che corrisponde anche alla distanza tra amore e indifferenza, e che sostiene dunque l’avvicinarsi all’altro con le sue emozioni e il suo stato d’animo. Ciò che è importante è non concedersi mai alla prima impressione che possiamo avere dell’altro, ma darci tempo, perché le impressioni sono solo il riflesso che l’altro ha su di noi, quasi come fossimo dei vetri. Tale tempo è per noi un dono, che va sfruttato, e ci permette l’ascolto senza fraintendimento.

Freud pensava che i bambini non potessero essere empatici, soprattutto se molto piccoli, in realtà si credeva che l’empatia derivasse dall’educazione impartita in maniera adeguata dai genitori, e dunque si cercava di dare importanza a certi atteggiamenti o a certe situazioni in cui i bambini avrebbero dovuto essere più benevoli o addirittura compassionevoli nei confronti degli altri, dei coetanei, e così si cercava, si pensava, di essere in grado di infondere una giusta dose di informazioni utili alla loro “formazione”. Tale convinzione legava quindi il senso dell’empatia a un valore del tutto morale, e si dava importanza alle persone che accompagnavano la crescita dei bambini, e che in un certo senso potevano essere da esempio. Studi seguenti invece hanno dimostrato che nascendo sviluppano una particolare capacità che è quella della sintonizzazione, precisamente con la madre, che è l’oggetto presente fin dalla nascita, l’oggetto buono che li guida  eli protegge e standole accanto imparano a sentirne il dolore, le gioie, e a condividerle.

La sensazione che un empatico prova nei confronti dell’altro, di colui che sente, è quella di profonda emozione trasportante, verso una persona che ha qualche dolore, qualche sofferenza, qualche situazione interiore inconscia o assolutamente presente e viva, ed evidente, che porta un disagio, che la fa sentire debole, a volte sola e non capita.

Spesso è difficile o assolutamente impossibile capire il cuore altrui e spesso non riusciamo a starci vicino come vorremmo, o spesso per paura di star male e di sbagliare diciamo cose che sappiamo che arriveranno al cuore di colui che ci sta accanto, ma così accanto che non riusciamo a respirare, e sono parole che in un certo senso ci fanno sentire un gradino più su, parole che ci fanno provare la sensazione di avere ancora il controllo di noi, perché “io posso farti star male e questo vuol dire che tu sei e sarai sottomesso ma non riuscirai a sottomettere me. “Anche questa è empatia, perché così, conoscendo l’altro, sentendolo, ascoltando le sue emozioni, “reagisci e lo controlli”.

Nell’ambito dei rapporti interpersonali, l’insicurezza in questo è condizionata dalla paura di non poter controllare il suo cuore, dalla paura di non riuscire un giorno a non star male o dalla paura di dover per forza soffrire e piangere….. e attaccarlo, metterlo contro un muro per dirgli quello che siamo in grado di fare con la nostra razionalità ci fa sentire meglio, e sentire sicuri di poter tenere sotto controllo la vita, “tu puoi far soffrire ma non soffrirai mai.”

Onelia Orabona

27/02/2012 at 18:33 Lascia un commento


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