TI CONOSCO, TI CAPISCO, TI CONTROLLO??

27/02/2012 at 18:33 Lascia un commento

Empatia, forte contatto empatico, forte vicinanza tra due persone che sentono che qualcosa le tiene strette, legate, l’una dentro l’altra. Tutto quello che provi è collegato a lei, tutto quello che senti ti dice che c’è lei, tutto quello che vorresti è starle vicino, e sentire quello che il suo cuore dice.

Termine coniato dall’estetica romantica per sottolineare la risonanza interiore degli oggetti estetici;mentre Jaspers distinse la comprensione empatica da quella razionale: «Quando nella nostra comprensione i contenuti dei pensieri appaiono derivare con evidenza gli uni dagli altri, secondo le regole della logica, allora comprendiamo queste relazioni razionalmente (comprensione di ciò che è stato detto); quando invece comprendiamo i contenuti delle idee come scaturiti da stati d’animo, desideri e timori di chi pensa, allora comprendiamo veramente in modo psicologico o empatico (comprensione dell’individuo che parla)». Si cerca di entrare nel ruolo dell’altro, per comprenderne il significato e valutare l’emozione che la situazione evoca, nonché intuire la comunicazione verbale e non verbale.

Nel rapporto terapeutico si parla di relazione “patica”, dove si percepisce la sensazione dell’altro e la sua esperienza particolare quale continuazione della propria esperienza.

L’interpretazione fenomenologica può essere attribuita alla figura di Scheler, che nel suo pensiero sostiene che l’individuo viva più nella collettività, quindi nell’altro, piuttosto che in se stesso, criticando dunque l’empatia in sé, perché sentire, capire o comprendere lo stato affettivo dell’altro non cambierà comunque il fatto che quello è e sarà sempre il suo stato affettivo e non il nostro, e riconoscendo tale sentimento quale simpatia.

Freud, di interpretazione psicoanalitica, dal canto suo riconosce l’empatia nell’immedesimazione, che passando attraverso l’imitazione permette di comprendere un’altra vita psichica, conoscendo campi e processi estranei a noi.

I Greci davano importanza al tempo della comunicazione che avviene nell’esprimere il proprio dolore, che assume più importanza rispetto a quella che può essere la diagnosi terapeutica. Essi chiamano in particolare questo tempo “kairos”, il tempo dovuto, che corrisponde anche alla distanza tra amore e indifferenza, e che sostiene dunque l’avvicinarsi all’altro con le sue emozioni e il suo stato d’animo. Ciò che è importante è non concedersi mai alla prima impressione che possiamo avere dell’altro, ma darci tempo, perché le impressioni sono solo il riflesso che l’altro ha su di noi, quasi come fossimo dei vetri. Tale tempo è per noi un dono, che va sfruttato, e ci permette l’ascolto senza fraintendimento.

Freud pensava che i bambini non potessero essere empatici, soprattutto se molto piccoli, in realtà si credeva che l’empatia derivasse dall’educazione impartita in maniera adeguata dai genitori, e dunque si cercava di dare importanza a certi atteggiamenti o a certe situazioni in cui i bambini avrebbero dovuto essere più benevoli o addirittura compassionevoli nei confronti degli altri, dei coetanei, e così si cercava, si pensava, di essere in grado di infondere una giusta dose di informazioni utili alla loro “formazione”. Tale convinzione legava quindi il senso dell’empatia a un valore del tutto morale, e si dava importanza alle persone che accompagnavano la crescita dei bambini, e che in un certo senso potevano essere da esempio. Studi seguenti invece hanno dimostrato che nascendo sviluppano una particolare capacità che è quella della sintonizzazione, precisamente con la madre, che è l’oggetto presente fin dalla nascita, l’oggetto buono che li guida  eli protegge e standole accanto imparano a sentirne il dolore, le gioie, e a condividerle.

La sensazione che un empatico prova nei confronti dell’altro, di colui che sente, è quella di profonda emozione trasportante, verso una persona che ha qualche dolore, qualche sofferenza, qualche situazione interiore inconscia o assolutamente presente e viva, ed evidente, che porta un disagio, che la fa sentire debole, a volte sola e non capita.

Spesso è difficile o assolutamente impossibile capire il cuore altrui e spesso non riusciamo a starci vicino come vorremmo, o spesso per paura di star male e di sbagliare diciamo cose che sappiamo che arriveranno al cuore di colui che ci sta accanto, ma così accanto che non riusciamo a respirare, e sono parole che in un certo senso ci fanno sentire un gradino più su, parole che ci fanno provare la sensazione di avere ancora il controllo di noi, perché “io posso farti star male e questo vuol dire che tu sei e sarai sottomesso ma non riuscirai a sottomettere me. “Anche questa è empatia, perché così, conoscendo l’altro, sentendolo, ascoltando le sue emozioni, “reagisci e lo controlli”.

Nell’ambito dei rapporti interpersonali, l’insicurezza in questo è condizionata dalla paura di non poter controllare il suo cuore, dalla paura di non riuscire un giorno a non star male o dalla paura di dover per forza soffrire e piangere….. e attaccarlo, metterlo contro un muro per dirgli quello che siamo in grado di fare con la nostra razionalità ci fa sentire meglio, e sentire sicuri di poter tenere sotto controllo la vita, “tu puoi far soffrire ma non soffrirai mai.”

Onelia Orabona

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I VOLTI DELLA MENZOGNA

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