GUARIRE CON L’IPOCRISIA: LO PSICODRAMMA

02/03/2012 at 16:29 Lascia un commento

Maschera, Erico Menczer

«Bene, dottor Freud, io parto da dove lei finisce. Lei incontra le persone nel contesto artificiale del suo studio, […] Lei analizza i loro sogni. Io cerco di dar loro il coraggio di sognare ancora. Io insegno alla gente a giocare la parte di Dio»

J.L. Moreno, Manuale di psicodramma, Astrolabio, 1946, p. 66.

Fu con queste parole che nel 1912 un giovane Jacob Levi Moreno, inventore de facto della psicoterapia di gruppo, rispose al padre della psicanalisi, quest’ultimo curioso di sapere a cosa il suo allievo stesse lavorando in quel periodo.

Nei primi decenni del secolo era parso presuntuoso che qualcuno cercasse di contrapporre il uno “psico-dramma” alla psico-analisi di Freud, secondo un programma vagamente junghiano; tuttavia nel corso di trent’anni il potere psichiatrico prima e il movimento psicoanalitico poi, passarono dall’indifferenza al sarcasmo, dal sarcasmo alla critica e infine dalla critica alla riscoperta e al saccheggio, più o meno sfacciato, del metodo di Moreno. Oggi in Europa esistono diverse associazioni di psicodramma analitico.

LE ORIGINI

L’occasione che pare stimolò l’inizio creativo del metodo di Moreno (personalità controversa di inizio ‘900, egli stesso ammetteva di soffrire di tutti i sintomi di una sindrome istrionica, ciò che oggi chiameremmo un disturbo narcisistico della personalità) gli venne offerta da un’attrice, sua paziente, vistosamente isterica, Barbara, la quale abitualmente recitava in teatro parti di personaggi puritani e ruoli di donna molto inibita, insomma in situazioni nelle quali l’attrice si sentiva compressa non dando voce al proprio Sé autentico.

Un ammiratore che era anche poeta veniva in teatro ad ammirarla: le portava rose in camerino, la idealizzava così secondo i propri bisogni sublimi. La corteggiò sino a sedurla e ad ottenere di sposarla. Il matrimonio però ben presto si trovò ad un punto di grave crisi perché la donna di carattere isterico, tornando a casa molto insoddisfatta per le frustrazioni della giornata, si sfogava sul marito persino percuotendolo. Mentre il matrimonio stava naufragando, Barbara rendendosi conto del suo cattivo carattere e dell’insuccesso della propria vita sociale, si recò in consultazione da Moreno.

Lo psichiatra, pensando alla catarsi ipotizzata da Freud e Breuer, ignorando tuttavia la nascita del metodo psicoanalitico, suggerì a Barbara di interpretare in teatro ruoli di donna carnale, ad esempio di prostituta, allo scopo di produrre una catarsi. Con il tempo effettivamente Barbara migliorò il suo carattere e i suoi rapporti con il marito.

Tale successo suggerì a Moreno di perfezionare il metodo che gli appariva a questo punto psicoterapeutico.

LO PSICODRAMMA

Moreno sosteneva la necessità di introdurre l’azione nel trattamento terapeutico. Per giustificare la differenza tra il suo approccio e quello della psicoanalisi, Moreno arrivò perfino a teorizzare uno specifico istinto, la già citata “act hunger”, fame di azione. Il concetto di Azione è forse il più centrale se si pensa che è quello che dà il nome al metodo da lui usato. La parola psicodramma deriva infatti dal greco psychè (anima) e drama (azione). Moreno riteneva che solo con l’azione si poteva aumentare la consapevolezza e l’esplorazione di aspetti di se stesso che altrimenti sarebbero rimasti celati. Metodi come la psicoanalisi, che rifiutavano l’azione, finivano per incoraggiare la “ruminazione” del paziente sui propri problemi, impedendogli di affrontarli. Centralità dell’azione non significa necessariamente che le persone devono muoversi, correre, drammatizzare o scomporsi, ma implica un atteggiamento nei confronti delle esperienze e dei contenuti che privilegia l’esserci rispetto al racconto. L’azione diventa elemento fondante e precursore del cambiamento, della relazione e dell’apprendimento. Questa concezione operativa delle relazioni e del gruppo può essere ben compresa se prendiamo ad esempio il rapporto fra spontaneità ed ansia. Di fronte ad una persona poco spontanea in un gruppo, il conduttore A potrebbe pensare: “Francesca non riesce ad essere spontanea perché è in ansia”. In buona sostanza questa affermazione implica che l’ansia di Francesca determina o limita la sua azione. Di fronte alla stessa persona, il conduttore B (psicodrammatista) pensa: “Francesca è in ansia perché non è spontanea”. In altre parole, poiché ansia e spontaneità sono incompatibili, se io favorisco ruoli o comportamenti spontanei nei singoli e nel gruppo, attraverso attività specifiche, l’ansia decresce e scompare.

Tuttavia l’interesse per la spontaneità in Moreno è strumentale rispetto al tema dello sviluppo della creatività, dell’atto creativo. Pertanto, centrare l’attenzione solo sullo sviluppo della spontaneità (o sullo “stato di spontaneità”) senza mantenere il collegamento con l’altro polo, la creatività appunto, rischia di sminuire la funzione dell’atto spontaneo (che verrebbe visto come buono “in sé”, indipendentemente dal contesto), privandolo della sua finalizzazione creativa. A questo riguardo, sia in formazione che in terapia uno degli obiettivi principali non è lo sviluppo della spontaneità, quanto la capacità di realizzare atti creativi, di assumere ruoli nuovi creativamente e di superare/trasformare in modo creativo i ruoli personali, sociali e lavorativi inadeguati e/o stereotipati.

Da questo punto di vista in psicodramma si verifica un totale ribaltamento della normale prassi teatrale dove il copione va rappresentato nel migliore dei modi, ogni sera allo stesso modo. In psicodramma tutto scorre. Un segno può improvvisamente mutarsi nel suo contrario. Tra l’altro, assumono enorme valore tutti i piccoli incidenti che, durante le prove per la classica messa in scena teatrale di un copione, sarebbero considerati come scorie o prodotti di scarto da eliminare per avvicinarsi alla perfezione formale dello spettacolo. Recitando a soggetto, la volontà di azione dell’ Io e il bisogno di azione dell’inconscio contribuiscono per vie diverse a esprimere il significato della storia. Un po’ come accade nell’immaginazione attiva, l’unica tecnica terapeutica segnalata da Jung nella sua opera, si realizza una terza via, tra Io e inconscio. L’unico errore possibile è quello del regista. Lo sbaglio dell’attore va visto ma non corretto perché in psicodramma l’attore non sbaglia mai. Quando sbaglia l’Io, infatti parla l’inconscio.

Il concetto di spontaneità si riallaccia infine a quello della “catarsi”, letteralmente purificazione. Il sollievo dalle tensioni e dalla sofferenza è raggiunto infatti solo quando il soggetto riesce a liberarsi, attraverso l’azione psicodrammatica, dai condizionamenti esterni e interni e a far emergere una risposta presente e “nuova” alla situazione passata, a spogliarsi, direbbe Winnicott, dalla rigidità e dalle caratteristiche del “falso sé”.

IL GRUPPO

Per trarre beneficio dal gioco psicodrammatico è insostituibile la funzione del gruppo. Nel gruppo c’è tendenza verso l’anonimato dei partecipanti, i confini tra i vari Io diventano più tenui, ed è il gruppo stesso che, nella sua globalità, diventa il più importante. L’intervento non è finalizzato solo a produrre un benessere psichico nelle singole persone, ma intende produrre nelle persone un apprendimento a relazionarsi in modo più adeguato con gli altri soggetti importanti del proprio contesto sociale. Questo apprendimento non può avvenire che in un ambito di gruppo, nel quale si attenua l’Io e si evidenzia l’importanza della relazione, delle identificazioni e dell’incontro con l’altro, all’interno di un clima di coesione e di reciprocità delle relazioni.

All’interno di questa cornice si muove il conduttore, il regista, o “psicodrammatista”, che ha il compito di creare un clima ottimale di gruppo e di facilitarne il rapporto con quello che sarà il “protagonista”, sebbene la partecipazione sarà comunque globale. Solo se ciò si verifica potrà emergere un tema, il tema dell’azione che sarà giocata e che risponderà sia all’esigenza individuale del paziente sia all’interesse collettivo, nel momento in cui si collocherà nel “qui ed ora” del gruppo stesso. Dunque l’uso delle tecniche psicodrammatiche è subordinato alla relazione che, attraverso il gruppo, si stabilisce tra la personalità del protagonista e del regista. Nessuna storia esiste di per sé, il discorso del protagonista si trasforma in psicodramma mentre il conduttore lo ascolta, fa le sue interpunzioni narrative e struttura la messa in scena. Se questo stesso discorso fosse ascoltato da un altro regista sfocerebbe in una storia e in un gioco completamente diversi. La conclusione è che ciascun terapeuta, orientato dai fenomeni di tele, entrerà nello psicodramma attraverso la propria competenza clinica, la conoscenza di se stesso e soprattutto la propria personalità e tipologia.

LE TECNICHE

Una delle tecniche più interessanti che Moreno introdusse nello psicodramma terapeutico è quella dell’“Io ausiliario”, un soggetto che impersona un individuo assente nella scena, ma  che ha, o che ha avuto, una grande importanza per il soggetto malato e che, per vari motivi, appare sempre nel suo mondo privato, creandogli  dei problemi.  Chi recita l’Io ausiliario, deve conoscere gli antefatti della situazione, e sapere come si sono comportate le persone reali  quando in passato vennero realmente a contatto col paziente. Compito del terapeuta  è di mettere a parte l’attore che impersona l’Io ausiliario  delle vicende e delle persone che hanno creato problemi al paziente. La presenza sulla scena  dell’Io ausiliario rende più viva la dinamica degli avvenimenti e aiuta il soggetto a comprendere ciò che accadde in passato. Se l’Io ausiliario si comporta come il paziente avrebbe voluto che il personaggio reale in passato si fosse comportato, o se si comporta  come il paziente vorrebbe che nella realtà attuale si comportasse, ciò può far sortire una benefica influenza e può rendere meno drammatico l’aggrovigliato rapporto che il paziente ha con la persona che è rappresentata dall’Io ausiliario.

Un attore che per esempio impersona nell’Io ausiliario  il padre del paziente, un padre che il paziente non ha avuto modo di “capire” e di “accettare”, può instaurare un contatto “intimo e caldo” con l’attore-paziente, quel contatto che tra padre figlio non ha mai avuto luogo. Ciò può essere di grande vantaggio per eliminare i “grumi emotivi” che il soggetto ha riservato al padre assente.

Tra l’Io ausiliario e il paziente si può anche svolgere nella scena una interazione indispensabile, che mostra i problemi non risolti tra paziente e gli altri.

L’Io ausiliario può essere utilizzato anche come “alter Ego” del paziente, e rappresentare gli atteggiamenti negativi, le frustrazioni di cui il  paziente non è ben conscio. Il paziente, vedendoli tratteggiati da un altro soggetto, potrebbe  capire qual è in realtà la sua situazione psichica.

Il paziente può accettare o rifiutare l’Io ausiliario e da questo suo atteggiamento il terapeuta può trarre molte conclusioni interessanti.

Oltre al dialogo con i co-attori, è possibile utilizzare la forma del monologo soliloquio terapeutico. Con esso il soggetto si tuffa in una serie di osservazioni e di confessioni che a poco a poco diventano sempre più lucidamente coscienti.Parlando di sé nella situazione terapeutica del palcoscenico il paziente ragiona così: «Ciò che dico è una manifestazione teatrale, non una confessione per cui posso dire “tutto”».

Il protagonista, “recitando” la propria vita, tira fuori i propri sentimenti, i propri dubbi, le proprie angosce, ma  con  l’aria di “fare una cosa artistica”, non una confessione terapeutica. Ciò induce a esternare  senza troppe preoccupazioni i grovigli della propria mente.

Moreno utilizzò anche la tecnica dello scambio di ruolo per creare l’insight necessario. Questa operazione consiste nel far impersonare al paziente  il ruolo della persona con cui egli è in conflitto. Se il soggetto entra davvero nel ruolo “dell’altro”, può meglio capire i comportamenti e le reazioni che l’altro ha tenuto nei suoi confronti, e può così scaricare una parte della conflittualità, perché, immedesimandosi in quel ruolo, potrà “giustificare” i comportamenti della persona che lo ha frustrato.

Un’altra tecnica usata è  far “recitare” al paziente  un suo sogno. In questa sceneggiata potrebbero essere richiesti alcuni Io ausiliari affinché recitino la parte di altri personaggi che si sono presentati nel momento onirico del paziente.

CONCLUSIONI

 «Il teatro dà un senso alla vita», diceva Eduardo De Filippo. Chi riesce a vedere la vita al di là delle illusorie apparenze, tacita in sé  ogni presunzione e  ogni arroganza.

Ad alcuni riesce  difficile narrare e  rivivere esperienze personali davanti ad altri. Più facile è affrontare una situazione immaginaria, mai vissuta, giocando con la fantasia. Anche in questo caso però l’attore esternerà se stesso, le proprie abitudini, i propri drammi, le proprie maniere di vedere le cose, né più né meno che  se recitasse un avvenimento capitatogli nella realtà.  E’ su questo presupposto che il metodo dello psicodramma  si basa e ridefinisce il rapporto tra realtà e finzione.

Il mondo antico non concepiva la distinzione tra l’interprete e il personaggio, perché non ammetteva che una medesima persona fosse contemporaneamente se stesso e un altro. Prova ne sia che la parola “ipocrita”, in greco, significava attore. E oggi l’ipocrita è proprio colui che si trasforma in attore senza avvertire l’altro. Il teatro terapeutico di fatto capovolge  la logica del teatro imperniato sul personaggio. Nel teatro terapeutico chi recita resta se stesso e caratterizza il personaggio facendolo diventare identico alla propria personalità.

Se invece si maschera dietro un personaggio “inventato” dalla penna di un autore, si sottrae all’autoanalisi e mette in crisi l’impalcatura  terapeutica. Quando invece l’attore-paziente, “fingendo” di raffigurare un tipo inventato, impersona realmente se stesso, allora  egli nel palcoscenico mostra  non l’“invenzione artistica” ma ciò che è realmente in quanto essere umano.

Emblematico è il caso Pirandello. Lo scrittore siciliano manifestò il dramma della sua anima  soprattutto mediante il teatro.  Scrivendo le sue opere,  Pirandello andava delineando gli stati d’animo dei vari personaggi e, contemporaneamente, andava  chiarendo i problemi del suo  animo tormentato. Il drammaturgo siciliano scrisse che, mentre analizzava e comprendeva i protagonisti delle sue opere, comprendeva anche se stesso. Lo scrittore si era reso  conto che era difficile stabilire un’identità distinta tra protagonista e autore, tra finzione e realtà, e persino tra inconscio e conscio.

L’obbiettivo di una terapia di gruppo psicodrammatica è proprio quello di far rivivere scene emotivamente significative, di offrire l’occasione di trovare soluzioni nuove a problematiche passate, potendo riviverle in un contesto protetto perché “finto”, messo in scena, con il presupposto che il confine tra realtà e finzione sia estremamente sottile. Ciò permette un’esplorazione di sé che fa sperimentare condizioni emozionali che oltrepassano la gamma di sentimenti che le persone normalmente “si consentono” di avvertire a livello di coscienza, e che permette loro di diventare protagonisti, non più spettatori, della propria esistenza.

Gabriele Aprile

Entry filed under: Uncategorized. Tags: , , , , , , , , .

LA STORIA DELLA PET-THERAPY: DALLE LEGGENDE ALLE LEGGI SONO SENZA PAROLE

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Trackback this post  |  Subscribe to the comments via RSS Feed


Articoli recenti


%d blogger cliccano Mi Piace per questo: