SONO SENZA PAROLE

03/03/2012 at 17:22 Lascia un commento

I sentimenti, le paure e le emozioni, vissuti tutti i giorni sono il pane della nostra vita. Chi non si è mai soffermato a pensare a cosa stesse provando in quel preciso istante o in quella determinata situazione, per quella particolare persona; quante volte abbiamo pianto e abbiamo detto a noi stessi che stavamo soffrendo? Che stavamo male, che avevamo voglia di morire.

Gli uomini sono esseri viventi particolari e unici nel loro genere proprio perché sono capaci di vivere la vita in maniera differente, grazie al loro modo di porsi nelle diverse situazioni o di affrontare le vicissitudini che siano di carattere allegro o che possano far provare angoscia e dolore improvviso.

Ma non tutti sono in grado di dire davvero quello che sentono. Difficoltà di dire a parole quello che proviamo, di saper descrivere il reale sentimento, di essere capaci di far capire all’altro cosa hanno dentro. E questa “anomalia” si chiama alessitimia. Ci affascina perché mai potremmo pensare di non avere parole, chi resta senza parole ha un motivo, che può essere legato a chi ha di fronte o alla paura di essere giudicati, non capiti, al timore di essere fraintesi e spesso chi si trova a parlare con un alessitimico pensa a quanto sia estremamente strano non sapere se quello che sente sia odio, amore, affetto, gelosia,paura, terrore, forse perché siamo tutti così sicuri di noi stessi quando la cosa non riguarda noi.

Questo argomento mi ha aperto gli occhi come mi ha aperto il cuore, non solo ho capito la difficoltà che si può incontrare in questo caso, quando vuoi parlare, ma quello che ti resta è solo un silenzio in cui ragioni con mille parole differenti sul tuo sentimento, ma ho anche incontrato difficoltà, e paure proprie del mio stesso carattere, quando in più di un’occasione ho detto “non so spiegartelo a parole,ma so esattamente quello che provo”.

 “ Date parole al dolore: il dolore che non parla bisbiglia al cuore sovraccarico

e gli ordina di spezzarsi” (Shakespeare, Macbeth, Atto IV scena III)

“Shakespeare, che qualcuno ha definito il più grande degli psicanalisti inglesi,è riuscito a condensare in due righe il concetto di alessitimia e le sue conseguenze sulla salute: non solo è chiaramente presente l’importanza di “mettere in parole il dolore” e di un cuore che si sovraccarica se questo non avviene ma nel verbo “whispers” (bisbiglia) c’è tutto l’aspetto silenzioso, non eclatante del fenomeno, che si rivela in modo drammatico all’esterno soltanto quando è troppo tardi”. (Solano, “Tra mente e corpo” pag. 199 – Cortina ed.)

Scrive sempre Solano (Tra mente e corpo, pag. 202): “Nell’insieme i soggetti alessitimici tendono a mostrare uno stato affettivo negativo indifferenziato, che tende a indurre nell’interlocutore una sensazione essenzialmente di noia. La difficoltà più evidente è nella possibilità di mostrare interesse per qualcosa (per non parlare di gioia ed entusiasmo)”.

 L’alessitimia è la difficoltà degli individui di descrivere i propri sentimenti, e distinguere le percezioni fisiologiche. Gli alessitimici hanno problemi a capire i motivi reali che li spingono a provare delle particolari emozioni, non sanno raccontarle agli altri e non riconoscono neanche le emozioni delle persone che gli sono accanto, rischiando di essere definiti poco empatici. Anche i movimenti del volto sono poco espressivi e si nota una rigidità dei movimenti in generale. Hanno una scarsa capacità di immaginazione onirica e poca capacità d’introspezione, essi sanno cosa sentono, semplicemente non trovano le parole adatte da usare; sembrerebbe che abbiamo un buon inserimento a livello sociale, ma spesso è un’impressione perché in realtà tendono ad avere delle relazioni di forte dipendenza, o addirittura di isolamento totale, non a caso si parla di un attaccamento insicuro soprattutto nella regolazione degli stati affettivi che il bambino ha nel rapporto con le figure di accudimento.

Secondo Bion l’esperienza attraverso i sensi  crea le protoemozioni, elementi beta, che vengono trasformati in elementi alfa, alla base del pensiero cosciente grazie il contenimento materno. Il bambino col tempo è capace di utilizzare da solo questa funzione.

Nelle famiglie di queste persone c’è molto coinvolgimento emotivo ma anche mancanza di regole che possano stabilire un controllo efficace del comportamento, e in tal modo le risoluzioni dei problemi sono alquanto scarse.

Molto spesso hanno delle reazioni impulsive e a volte anche quasi aggressive, per liberare la tensione che viene a crearsi in situazioni di disagio emotivo.

 Sembra che ne siano “colpiti” più gli uomini che le donne, forse perché differiscono nel tipo di educazione impartitagli, in cui si tende a dirgli di nascondere le proprie emozioni, perché magari inadeguate, perché devono mostrarsi forti, o semplicemente perché potrebbero perdere il controllo e il pugno duro della situazione. Ma in caso contrario, se il disturbo non dovesse essere attribuito all’infanzia, potrebbe derivare da un trauma subito e potrebbe essere vissuto come il pericolo del ritorno di quello stesso evento traumatico che ci ha destabilizzati.

Un altro problema è il fatto che l’emozione venga vissuta solo in maniera somatica, ovvero sul corpo, utilizzando l’attivazione psicofisiologica e dunque solo la percezione fisica.Il disturbo può dunque essere multidimensionale e causato da diversi fattori in interazione tra loro.

Onelia Orabona

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