TEORIA DELLA MENTE E AUTISMO

08/03/2012 at 16:13 Lascia un commento

La teoria della mente corrisponde alla nostra quotidiana comprensione del modo in cui le persone sentono, vogliono e pensano. Tale termine viene spesso menzionato nell’ambito degli studi della psicologia dello sviluppo e può assumere accezioni differenti. Originariamente Premack e Woodruff proposero tale termine per riferirsi all’abilità di attribuire stati mentali a sé e agli altri e di prevedere il comportamento in base ad essi. In seguito l’uso di tale termine ha progressivamente subito delle modifiche e viene oggi proposto in diversi modi:

1. come un’area di ricerca in psicologia dello sviluppo che si occupa dello studio della comprensione degli stati mentali degli individui da parte dei bambini;

2. come una forma organizzata di conoscenza, cioè rappresentazione dei fenomeni del mondo circostante;

3. come abilità di attribuire stati mentali a sé e agli altri.

Si parla di teoria perché include un sistema di credenze e di inferenze. Il bambino non è consapevole di acquisire tale teoria, né le persone di utilizzarla per spiegare e prevedere le azioni umane. Essa è costituita da meta-rappresentazioni (o “rappresentazioni di rappresentazioni”), che riguardano le intenzioni, le credenze, i desideri, cioè quell’insieme di stati mentali sottostanti al comportamento osservabile e non osservabile, che guida le interazioni con gli altri e l’interpretazione del proprio e altrui comportamento.

Gli psicologi dello sviluppo nell’affrontare il problema di come, nel corso dello sviluppo normale, i bambini giungono a comprendere che essi stessi e gli altri posseggono un’entità la “mente” e gli “stati mentali”, hanno scelto fra due percorsi alternativi:

– la via diretta, analizzando la comprensione dei diversi stati mentali da parte dei bambini piccoli nella speranza di rintracciare le origini di questa abilità;

– la via indiretta, esplorando il percorso ‘anormale’ per comprendere lo sviluppo normale di una teoria della mente.

Alcune patologie presentano difficoltà o anomalie nella comprensione della mente propria e altrui. In particolare l’autismo viene descritto come il prototipo di deficit selettivo della teoria della mente.

L’autismo è un disordine piuttosto raro, identificato e descritto per la prima volta negli anni ‘40 da due psichiatri, Leo Kanner e Hans Aspenger. E’ caratterizzato da gravi disfunzioni in tre aree comportamentali: le relazioni sociali, la comunicazione e il linguaggio, la capacità immaginativa e il gioco di finzione. I bambini autistici hanno difficoltà nel gestire i rapporti interpersonali, ad esempio possono restare passivi, opporre resistenza ad abbracci e attenzioni oppure abbracciare, richiedere un bacio a persone non familiari; possono avere uno sguardo evitante, cioè non guardano direttamente l’interlocutore o lo fanno solo per brevi momenti; spesso tendono ad isolarsi; non usano giocattoli per interagire con gli altri. Alcuni di questi bambini non mostrano alcun interesse per gli oggetti oppure possono interessarsi ad alcuni oggetti e alcuni particolari di questi. Ancora ci sono alcuni bambini che possono interessarsi ad alcuni giocattoli e utilizzarli ai fini del gioco, ma tale gioco rimane legato alla funzione dell’oggetto.  Secondo gli esperti le cause possono essere molteplici, ad esempio fattori genetici, ambientali, relazionali e psicologici. Oggi l’eziologia di questo disturbo non viene quasi più messo in discussione, ma rimane aperta la questione sui meccanismi che sottostanno a questo anomalo sviluppo del comportamento. La maggior parte degli studiosi ritiene che alla base di questo disturbo ci sia il mancato sviluppo di una teoria della mente, la quale sembrerebbe indispensabile per le relazioni sociali, ovvero un mancato sviluppo del meccanismo meta-rappresentazionale che permette la costruzione della teoria della mente.

Le ricerche di Leslie, Frith e Baron-Cohen danno prova del fatto che le persone con autismo sono incapaci di attribuire stati mentali a sé e agli altri. Infatti tali ricerche mostrano che  la sindrome autistica, che si manifesta come una patologica incapacità comunicativa e che è stata tradizionalmente interpretata alla luce di problematiche affettive nella prima infanzia, sarebbe dovuta ad un deficit cognitivo consistente nell’incapacità di meta-rappresentazione che è basilare della teoria della mente. Molti studi evidenziano che in queste persone manca o è gravemente danneggiata  la capacità di ‘mentalizzare’, cioè la tendenza a connettere il comportamento agli stati mentali formando una rappresentazione coerente di quel che accade. Sono invece presenti le rappresentazioni primarie. Gli autistici non riescono ad interpretare il significato del comportamento o del messaggio verbale, come l’inganno, l’ironia, il sarcasmo, l’adulazione, le metafore, infatti prendono il comportamento per quello che è, limitandosi ad una comprensione letterale delle relazioni sociali e del linguaggio. Dal momento che non possono attribuire uno stato mentale agli altri hanno una prestazione assai scarsa quando devono interpretare eventi o storie che hanno senso solo se si attribuisce al protagonista un certo stato mentale. Non hanno difficoltà a comprendere semplici eventi causali e comportamentali ma non riescono a differenziare lo stato effettivo delle cose dalla rappresentazione mentale. Di conseguenza possono essere eccellenti come ‘fisici’ e ‘comportamentisti’ ma non diventano mai degli ‘psicologi’ veri e propri.

A causa del mancato o anomalo sviluppo di una teoria della mente risulta compromesso o assente il gioco di finzione ma non quello funzionale e combinatorio, in quanto il gioco di finzione richiede di saper attribuire a sé e agli altri desideri e pensieri, la capacità di attribuire e di immaginare gli oggetti con proprietà che non hanno, ovvero richiede ‘la capacità meta-rappresentazionale’. Di conseguenza trascorrono gran parte del loro tempo nei giochi orientati sulla realtà. Anche le capacità comunicative e di attenzione condivisa (I comportamenti di attenzioni condivisa includono: sguardo referenziale, guardo ciò che tu stai guardando e uso la direzione del mio sguardo nel tentativo di dirigere la tua attenzione su qualcosa, emerge a 8 mesi nei bambini normali; gesti quali il dare, il mostrare e l’indicare con il dito, emergono tra i 9 e 12 mesi nei bambini normali) sono severamente danneggiate. Studi sperimentali hanno dimostrato che sia in età prescolare, che scolare, che nell’adolescenza, i soggetti autistici, hanno difficoltà nel produrre e comprendere l’intenzione dichiarativa del gesto di indicare ma non quelli richiestivi. Gli autistici pur essendo in grado di rivolgersi all’adulto per richiedere qualcosa, non tendono ad esibire comportamenti con lo scopo di influenzare il suo stato mentale. Infatti l’autistico non segue la direzione dello sguardo dell’altro né alterna il proprio sguardo tra la direzione dell’altro e dell’oggetto interessante. Tuttavia sono abili nel fare richieste e insistono finché non soddisfano il loro scopo, infatti non potendo riconoscere stati psicologici interni alle persone considerano l’altro come uno strumento di soddisfazione.

 Luisa Iodice

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DOVE IL CANCRO UCCIDE DI PIU’? TEORIA DELLA MENTE?

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