TEORIA DELLA MENTE?

09/03/2012 at 17:16 Lascia un commento

 

La teoria della mente corrisponde alla nostra quotidiana comprensione del modo in cui le persone sentono, vogliono e pensano. Tale termine viene spesso menzionato nell’ambito degli studi della psicologia dello sviluppo e può assumere accezioni differenti.

Originariamente Premack e Woodruff proposero tale termine per riferirsi all’abilità di attribuire stati mentali a sé e agli altri e di prevedere il comportamento in base ad essi. In seguito l’uso di tale termine ha progressivamente subito delle modifiche e viene oggi proposto in diversi modi:

1. come un’area di ricerca in psicologia dello sviluppo che si occupa dello studio della comprensione degli stati mentali degli individui da parte dei bambini;

2. come una forma organizzata di conoscenza, cioè rappresentazione dei fenomeni del mondo circostante;

3. come abilità di attribuire stati mentali a sé e agli altri.

Si parla di teoria perché include un sistema di credenze e di inferenze. Il bambino non è consapevole di acquisire tale teoria, né le persone di utilizzarla per spiegare e prevedere le azioni umane. Essa è costituita da meta-rappresentazioni (o “rappresentazioni di rappresentazioni”), che riguardano le intenzioni, le credenze, i desideri, cioè quell’insieme di stati mentali sottostanti al comportamento osservabile e non osservabile, che guida le interazioni con gli altri e l’interpretazione del proprio e altrui comportamento.

Alcuni studiosi(Wellman,  Winner e Perner, ecc.)., condividendo la tendenza piagetiana a pensare lo sviluppo psicologico come una progressiva integrazione di strutture precedenti e partendo dal presupposto che il bambino acquista la capacità di comprendere la mente come un sistema rappresentazionale a 4 anni, si sono chiesti se prima di questa età si sviluppano strutture e schemi cognitivi che preparano la comparsa della teoria della mente.

Nel corso dello sviluppo della persona teorie più primitive vengono sostituite con teorie più evolute e potenti. Tuttavia è generalmente verso i quattro anni che il bambino comincia a capire che gli altri possono avvertire la realtà in modo diverso da lui avendone una diversa considerazione. In questo periodo emerge una nuova capacità cognitiva, cioè i bambini sono in grado di rappresentare l’opinione divergente di un’altra persona, di rendersi conto che quanto è nella nostra mente costituisce solo una rappresentazione della realtà e non un’immagine precisa, che una rappresentazione che il bambino sa essere falsa può essere considerata vera da un’altra persona. Sulla base di tali considerazioni Wimmer e Perner hanno messo a punto il Test psicologico di “Sally e Anne”, usando il paradigma della ‘falsa credenza’, per dimostrare la capacità dei bambini di attribuzione di credenza e che una teoria della mente non si sviluppa prima dei 4 anni. La falsa credenza corrisponde all’errata convinzione del bambino che le persone hanno la sua stessa rappresentazione della realtà e quindi che agiranno nel modo da lui voluto. In questo test viene mostrata al bambino una scenetta con due personaggi, Sally ed Anny: Sally mette un oggetto nel luogo X e poi va via; durante la sua assenza Anny sposta l’oggetto in un luogo Y; Sally ritorna e dice che prenderà l’oggetto; a questo punto si chiede al bambino in quale luogo Sally andrà a prendere l’oggetto; se il bambino indicherà il luogo X significa che ha sviluppato la capacità di riconoscere la falsa credenza. Per cui il bambino comprende che il protagonista della storia possiede una rappresentazione della realtà diversa da quella dello stato di cose effettivo e che il suo comportamento sarà determinato dalla sua credenza e non dallo stato di cose effettivo.  

Le ricerche in questo campo mostrano che la capacità di comprendere e risolvere il problema della falsa credenza può essere acquisita solo dopo i 4 anni, in quanto il bambino mediante il gioco di finzione ha acquisito la distinzione tra rappresentazioni e realtà. Ciò non permette di affermare che la teoria della mente compare a 4 anni, in quanto già a 2-3 anni i bambini mostrano evidenze di una conoscenza della mente, ma la loro concezione della mente è differente da quella dei bambini più grandi. Infatti alcuni studiosi (Baron-Cohen, Camaioni, Meltroff e Gopnik) fanno osservare che i bambini fra i 2 e 3 anni possiedono già una considerevole conoscenza degli stati mentali e sono in grado di manipolare rappresentazioni che differiscono dalla realtà. All’interno di tali studi sono stati individuati come precursori della teoria della mente:

–   l’attenzione condivisa (Baron-Cohen), la quale comprende diversi atti, quali lo  sguardo referenziale, il dare, il mostrare, l’indicare con il dito;

–  la comunicazione dichiarativa (Camaioni), cioè la capacità di influenzare lo stato mentale dell’altro relativamente a qualche evento esterno;

–   l’imitazione precoce ( Meltroff e Gopnik).

Inoltre è stato rilevato che il bambino tra i 3 e 5 anni arriva a padroneggiare le seguenti conoscenze sulla teoria della mente:

–   la comprensione della finzione (Leslie),

–   la capacità di ragionare sui desideri (Wellman),

–   le credenze (Wimmer e Perner).

In un primo momento il bambino acquista la capacità di comprendere il gioco di finzione e di creare nell’altro una falsa credenza per ingannarlo, poi diventa capace di riconoscere le differenze tra oggetti reali e immagini mentali di oggetti e di prevedere il comportamento delle altre persone prima sulla base di ciò che desiderano, e dopo sulla base delle credenze. In particolare la comprensione della falsa credenza e il gioco di finzione sono considerati indizi di una teoria della mente perché richiedono i suoi stessi presupposti. Da ciò si evince che il bambino fa il suo ingresso nella comunità sociale ben equipaggiato a fare attenzione “a” e interagire “con” gli altri esseri umani.

All’interno del dibattito su come i bambini sviluppano una teoria della mente le posizione dei vari studiosi possono essere sintetizzate, sulla base del peso dato all’interazione sociale, in due principali filoni:

–    di tipo cognitivo-computazionale, per cui che la teoria della mente è innata. In tale ambito si inserisce il contributo di Leslie, per cui il funzionamento psichico è  analizzabile nei termini di conoscenza, o moduli indipendenti tra loro, che si sviluppano secondo regole proprie indipendentemente dall’esperienza e quello di Baron-Cohen. Gli studi sull’autismo hanno dato conferma a queste posizioni.

–   di tipo socio-emotivo per cui la teoria della mente è fortemente influenzata da fattori ambientali. In tale ambito si inserisce il contributo di Hobson.

Alcuni sostengono che la comprensione della mente affonda le radici nella rete di relazioni interpersonali, tuttavia sono poche le ricerche che assumono come variabile una qualche dimensione relazionale.

 Luisa Iodice

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TEORIA DELLA MENTE E AUTISMO TECNOLOGIA E SALUTE: L’ESOSCHELETRO

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