LA MELANCONIA, MALATTIA DELL’ANIMA

12/03/2012 at 17:55 Lascia un commento

La patologia melanconica è una delle affezioni psichiche a più elevato tasso di incidenza nella popolazione mondiale, la quale riconosce in essa qualcosa di molto familiare, ossia la parte oscura di sé stessa che l’ha  sempre profondamente attratta. La Melanconia è tentatrice e corruttrice della natura umana . Il termine melanconia è caduto in disuso e si preferisce parlare di psicosi depressive, infatti lo stesso D.S.M–IV–TR  non contempla tale patologia nel capitolo dedicato ai disturbi dell’umore e anzi la sostituisce inserendo al suo posto la categoria diagnostica dell’Episodio Depressivo Maggiore.

Il primo a dare una descrizione clinica della melanconia è stato nel IV sec a.C.  il medico greco Ippocrate Di Kos. Si narra che il medico greco in occasione di una visita prestata al  filosofo Democrito, trovò quest’ultimo impegnato nella dissezione di alcuni animali dei quali studiava le viscere con profondo interesse per poter identificare la sede e la natura della bile, umore a cui è stata attribuita l’origine della pazzia. Sulla base di questi studi l’origine della melanconia nell’individuo fu identificata con un incremento sproporzionato dell’umore corporeo della bile nera o atrabile (dal greco melas = nero e chole’ = bile) che, fuoriuscendo dalla sua sede naturale, poteva giungere ad infiammarsi ottenebrando la mente dell’individuo che ne era affetto. Così per secoli la melanconia è stata considerata un’affezione la cui eziologia era rintracciabile in una causa organica e in questa direzione è stata rivolta l’attenzione degli studiosi che ad essa si sono interessati. Tuttavia, la malattia dell’anima tende a presentarsi principalmente attraverso sintomi psichici e si configura in tal modo sin dai suoi esordi come un’affezione che si situa al confine tra il corpo e l’anima, il soma e la psiche (dal greco psiché = anima). I sintomi che gli antichi studiosi riscontravano nei soggetti melanconici sono gli stessi che ancora oggi vengono individuati nella diagnosi delle patologie depressive: profondo scoramento, alterazione del tono dell’umore, auto-rimproveri, auto-accuse, alterazioni vegetative (alimentazione anomala, insonnia, iper-sonnia, risveglio precoce, calo della libido).

È solo nel 1895 con lo scritto di Freud la Minuta G che venne gettato uno sguardo psicodinamico sulla patologia melanconica. Freud in questo lavoro asserì che la melanconia si presentava come il lutto per la perdita della libido a causa del costituirsi di una falla nello psichico dell’individuo. Anche se una vera e propria teorizzazione melanconica la si avrà solo più tardi con la pubblicazione della sua opera principe in tale ambito, Lutto e Melanconia (1915). Assunto di base di tale scritto è il paragone fra gli stati luttuosi e i melanconici, Freud ne evidenzia le somiglianze e le differenze, sostenendo che entrambi gli stati derivano dalla perdita di un oggetto amato, sia esso astratto o concreto, ma che in seguito a tale perdita mentre al soggetto che vive uno stato luttuoso il mondo appare impoverito, ciò che il soggetto melanconico avverte impoverito e svuotato è il suo Io, egli vive questa perdita come interna. Secondo Freud, dopo l’abbandono dell’oggetto la libido detratta da quest’ultimo non è stata indirizzata verso un nuovo oggetto d’investimento, ma è stata riversata sull’Io dell’individuo ed è stata usata per costituire un identificazione con l’oggetto dell’abbandono: «L’ombra dell’oggetto cadde così sull’Io che venne da allora trattato come l’oggetto perduto e sottoposto al giudizio dell’istanza critica del Super-Io». Il luogo topico dello psichico in cui nasce e si sviluppa il sentimento di ambivalenza per l’oggetto amato – sostiene Freud – è il regno dell’inconscio: È qui infatti che viene relegato tutto ciò che riguarda il conflitto, di amore-odio per l’oggetto, precedentemente sottratto alla coscienza fino all’esito del processo della melanconia, in cui l’amore per l’oggetto perduto è ritirato sull’Io del soggetto necessitando inevitabilmente di un oggetto verso cui dirigersi per evitare in tal guisa la dissoluzione a cui altrimenti la libido rischierebbe di andare incontro. Sigmund Freud nella sua concezione annovera la melanconia fra le nevrosi narcisistiche affermando che non può essere considerata una psicosi poiché non suppone un conflitto fra me e non me ma un conflitto fra due parti dell’Io contrapposte fra loro Io e l ideale dell’Io o meglio il super-Io. In seguito alla perdita dell’oggetto d’amore ciò che emerge è quindi l’ambivalenza sottostante tale relazione d’amore, questo concetto era già stato esposto da Abraham K (1912), che postulava che il segno che contraddistingue le relazioni oggettuali di tali pazienti è proprio l’ambivalenza che manca invece nella vita sana. Karl Abraham è il primo tra gli allievi di Freud a ricondurre la melanconia alla problematica pulsionale dell’ambivalenza che egli identifica con il continuo alternarsi degli impulsi d’amore e sadici anali/orali che il soggetto esperisce verso l’oggetto bramato. Infatti la concezione di partenza di questo psicoanalista è rappresentata dall’assunto che nella melanconia si creano numerosi conflitti intorno all’oggetto amato, nei quali l’odio e l’amore si scontrano, giacché il primo è teso a svincolare la libido dall’oggetto mentre il secondo tenta di resistere mantenendo la posizione libidica precedentemente assunta. Per Abraham poiché l’amore per l’oggetto d’amore perduto è stato salvaguardato mediante l’identificazione narcisistica l’odio che dovrebbe essere rivolto all’oggetto dell’abbandono è rivolto verso l’oggetto sostitutivo, ossia l’Io dell’individuo ed è da qui che ha origine il senso di svilimento del sé e gli auto-rimproveri che si muove il soggetto melanconico, realizzando così anche le sue tendenze sadiche.

Negli anni ’30, una linea di pensiero che unisce le concezioni di Abraham e Freud è tracciata dal pensiero di Melanie Klein. La Klein (1935) nei suoi lavori ritiene che la patologia melanconica dell’adulto deriva da una cattiva elaborazione della posizione depressiva, alla quale l’individuo resterebbe fissato. In tale ottica la posizione depressiva tenderebbe quindi a ripresentarsi ogni qualvolta che il soggetto melanconico si trova a rivivere nella sua vita una  perdita importante.La Kleinconsidera un’elaborazione adeguata della posizione depressiva una tappa fondamentale nello sviluppo normale del bambino poiché è in essa che si modella la capacità d’amare futura del soggetto .Secondo la Klein al tempo dello svezzamento il bambino si rende conto che i suoi impulsi libidici e aggressivi sono rivolti verso la medesima meta il seno madre- così esperisce questa perdita come derivante dai suoi attacchi avidi e aggressivi verso l’oggetto desiderato, è questo ciò che la Klein chiama una melanconia in status nascendi, il bambino pervaso da sentimenti ambivalenti  vuole introiettare in sé l oggetto buono (seno-madre) ma al contempo esperisce il suo mondo interno pieno di impulsi cattivi che potrebbero distruggere l’oggetto amato. Nel pensiero kleiniano, l’Io del paziente melanconico regredisce alla posizione depressiva per sfuggire agli attacchi aggressivi del suo Es: aggressività che è una funzione della pulsione di morte ma anche del bisogno del ritorno all’indifferenziato. L’angoscia maggiore che vive il soggetto deriva dal timore di soccombere alle richieste dell’Es non solo sotto la spinta aggressiva ma anche d’amore, poiché in questa fase amare un oggetto e divorarlo sono la stessa cosa. Quindi secondo la Klein nello stato melanconico si è dinanzi ad un soggetto che non è riuscito a consolidare i suoi oggetti interni buoni e a sentirli sicuri nel suo mondo interiore ed è così rimasto fissato alla posizione depressiva dei primi mesi di vita.

Del tutto diversa è la posizione della psicoanalista Marie Claude Lambotte teorica contemporanea, che sostiene l’importanza dell’indagine della funzione che svolge la relazione con l’Altro nella costituzione dell’io, collocando anch’essa come Freud la patologia melanconica fra le nevrosi narcisistiche. La Lambotte (1993) evidenzia la natura intrinsecamente relazionale dell’Io che prende forma sotto l’azione dello sguardo dell’altro : “E’ la presenza attiva della madre o della persona soccorritrice – scrive la Lambotte- che permette all’infans, mediante il gioco reciproco degli sguardi, del sorriso e della voce di appropriarsi della propria immagine”.Questa autrice seguendo il modello lacaniano dello stadio dello specchio individua le origini della patologia melanconia in uno tempo pre-speculare della storia dell’io: quando un difetto della funzione dello sguardo materno  fa si che lo sguardo della madre attraversi il bambino facendogli in tal modo esperire un senso d’invisibilità: «se il volto della madre non risponde sarà uno specchio da guardare ma non in cui guardare». Alla base del processo del melanconico vi è una mancanza originaria di rispecchiamento nello sguardo dell’Altro, fra la diade madre-bambino, ciò che si è costituito è stato un legame affettivo spezzato sul nascere, un bisogno di reciprocità negato che è designato come il responsabile della “ferita dello sguardo” che segna il soggetto melanconico. Così il soggetto melanconico non potendosi identificare con l’immagine speculare materna si è trovato fissato ai tratti esteriori di un modello materno ideale e onnipotente del quale alle volte si serve come pseudoidentità. Fissato al modello inaccessibile e irraggiungibile dell’ideale dell’io il melanconico soffre di un identificazione originale che rimanda ad un super-io ancestrale che si presenta nella colpa. L’Io del melanconico, ha assunto l’apparenza di una “cornice vuota” entro cui impera l’ideale dell’Io,  figura alla quale il bambino cerca di assomigliare compiendo innumerevoli sforzi che però sembrano allontanarlo sempre più dall’imago materna tanto bramata, piuttosto che avvicinarlo ad essa.  Secondo la Lambotte Il melanconico nel suo discorso afferma di essere il vuoto nella cornice dello sguardo . Col tempo il rischio maggiore in cui il soggetto melanconico può incorrere è la messa in atto dell’estremo gesto che compie per tentare di assurgere in modo fisico all’ideale materno sentito tanto distante: l’atto della defenestrazione. Egli tenta con quest’azione fisica di oltrepassare i confini della cornice per ricongiungersi alla figura materna mediante il raggiungimento del vuoto che si trova all’interno dello specchio. La Lambotte afferma che la strada per uscire dalla melanconia non è di certo il suo il suo opposto polare ossia la mania ma bensì è lo Humor, che descrive come una sfida da cui è possibile sprigionare un affetto liberatore poiché sembra portare la realtà su una scena di teatro mantenendo con gli oggetti del mondo una giusta distanza.

Enrica Esposito

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TECNOLOGIA E SALUTE: L’ESOSCHELETRO IL PARADOSSO PSICOSOMATICO: IL CORPO “PARLANTE” ED IL VUOTO INTERIORE

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