“DOVE ANDIAMO? A RESIPIRARE UN PO’ !”

14/03/2012 at 14:19 1 commento

In genere quando vado al cinema so già che film vedere, non sia mai mi capitasse di vedere un film che poi non mi piace. Tuttavia, tempo fa mi sono affidata al gusto del mio fidanzato e ho avuto la possibilità “inaspettata” di vedere/godere di un film fantastico, “Quasi amici”.

 Quasi amici, un film di produzione francese, è ispirato ad una storia vera e racconta l’incontro tra due mondi apparentemente lontani. In seguito ad un incidente di parapendio che lo ha reso tetraplegico, il ricco aristocratico Philippe sarà costretto ad assumere un badante. Alla selezione si presenteranno numerosi candidati, apparentemente idonei a ricoprire quel ruolo, ma alla fine Philippe deciderà di assumere Driss, un ragazzo di periferia appena uscito dalla prigione, che all’apparenza sembra la persona meno adatta a ricoprire quel ruolo e il cui unico obiettivo è quello di ottenere il sussidio di disoccupazione.  Eppure, Driss con ironica indelicatezza riuscirà a riaccendere in Philippe la voglia di vivere.

 Questo film mi ha fatto ridere e commuovere allo stesso tempo. Sono uscita dalla sala con un sorriso stupito e uno spazio aperto di riflessioni.

Che dire? In un mercato cinematografico fatto di storie d’amore che si ripetono, o di ironia scadente basata esclusivamente su battute di sesso, o di disastri senza alcuna speranza, questo è un film che a mio modesto parere si distingue da tutto il resto.

Non è la semplice storia di un tetraplegico, e delle sfide che questa condizione impone. Ma è qualcosa che va oltre, è la storia di un’amicizia spontanea, unica, reciproca.

È la storia di un’umanità autentica, di cui pochi sono capaci. Un’umanità che nessun libro, nessuna formazione scolastica può insegnare.  

Driss, un ragazzo senza cultura e senza alcuna formazione, con la sua ironia che rasenta l’assenza di pietà mostra invece un’umanità autentica e riesce proprio grazie alla sua spontaneità e ironia a ridare la voglia di vivere a Philippe. Le sue azioni non nascono da un falso buonismo o dalla pietà, cosa che invece mostrano il resto dei badanti che al contrario hanno tante qualifiche ma non riescono a rapportarsi a Philippe come un qualsiasi altro essere umano ma solo come un tetraplegico patetico e ormai privo di qualsiasi speranza nella vita. Un rischio in cui oggi facilmente tutti possiamo cadere: quello di confondere la persona con la sua malattia o con una sua condizione di vita. Il che può renderci dei perfetti inetti di fronte alla sofferenza altrui.

Ed è proprio questo quello che desidera Philippe, essere visto per quello che è realmente, non per la sua immobilità. Phlippe non cerca una falsa solidarietà, commozione o pietà: vuole respirare di nuovo.

Al tempo stesso anche Philippe aiuta Driss, dando proprio a lui, che all’apparenza sembra un nullafacente, non idoneo al ruolo di badante, un’opportunità: quella di non vivere più alle spalle degli altri. Superando quel pregiudizio dell’apparenza che troppo spesso ci condiziona.

Philippe: Lei ha il sussidio di disoccupazione, come si sente a vivere alle spalle degli altri?

Driss: Io bene e lei?

Philippe: Pensa che potrebbe essere capace di lavorare?

Driss: Veramente spiritoso.

Philippe:  Talmente spiritoso che la prendo in prova per un mese.

È da queste ultime parole che prende inizio una storia di amicizia dove l’ironia e la commozione possono avere spazio allo stesso tempo e ridare vitalità a una vita immobile.

La concezione sociale di disabilità è cambiata nel tempo, infatti rispetto a quanto accadeva in passato non è più vista solo come un attributo della persona, ma rimanda a un insieme di condizioni potenzialmente restrittive derivanti da un fallimento della società nel soddisfare i bisogni delle persone e nel consentire loro di mettere a frutto le proprie capacità  (Commissione Europea, Delivering e Accessibility, 26/9/2002).

A questo cambiamento ha contribuito la distinzione proposta dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità, 1981) fra tre concetti:

  • La menomazione o danno (impairment), come qualsiasi perdita o anormalità permanente o transitoria a carico di una struttura o di una funzione psicologica, fisiologica o anatomica.
  • La disabilità (disability), come riduzione parziale o totale della capacità di compiere un’attività nei modi e tempi considerati normali per un essere umano. Può essere transitoria o permanente, reversibile o irreversibile, progressiva o regressiva; una conseguenza diretta di una menomazione oppure una reazione psicologica a una menomazione fisica, sensoriale o di altro tipo.
  • L’handicap, come condizione di svantaggio, soggetta a possibili cambiamenti migliorativi o peggiorativi, conseguente a un danno o una disabilità, che limita o impedisce l’adempimento di un ruolo normale in rapporto all’età, al sesso e ai fattori socioculturali.

Se proviamo a cercare il significato di disabilità in Wikipedia troveremo tale definizione “La disabilità è la condizione personale di chi, in seguito ad una o più menomazioni, ha una ridotta capacità d’interazione con l’ambiente sociale rispetto a ciò che è considerata la norma, pertanto è meno autonomo nello svolgere le attività quotidiane e spesso in condizioni di svantaggio nel partecipare alla vita sociale”.

Probabilmente la prima immagine che ci viene in mente, quando pensiamo ad una persona disabile, è quella di una persona in carrozzina, o di un non vedente, una persona a cui la vita ha tolto ogni speranza. Forse perché generalmente tendiamo a identificare la persona con una malattia o semplicemente con una condizione di svantaggio permanente.

Ma non è forse vero che una persona sulla sedia a rotelle potrebbe non avere uno svantaggio (questa ridotta capacità di interazione con l’ambiente sociale) se venissero eliminate tutte le barriere architettoniche e non le fosse precluso alcun aspetto della vita sociale?

Sicuramente per il disabile la vita si complica e deve considerare la propria vita in termini diversi e cercare un adattamento diverso rispetto ad una persona non disabile. Ma la situazione si complica a causa dell’atteggiamento delle persone e della società stessa.

La disabilità comporta una perdita di autonomia, che necessita una riorganizzazione e adattamento delle proprie abitudini, grazie all’aiuto degli altri. Tuttavia, il rischio maggiore è che questa richiesta di aiuto si trasformi in assistenzialismo che può indurre dipendenza o vittimismo. La società stessa in genere considera la disabilità nei termini di assistenzialismo, guardando al disabile come una persona bisognosa di assistenza, che da solo non può farcela, una vittima di un destino fatale. Questo è ancor più vero per un disabile, divenuto tale a seguito di un evento traumatico, e non dalla nascita.

Ma un rischio ancora più dannoso è il pietismo, cioè la tendenza a pensare al disabile nei termini “Poverino!”. O anche la tendenza a rapportarsi all’altro vedendo la malattia e non la persona.

Pertanto, la persona diventa oggetto di compassione da parte degli altri, che comporta una perdita di dignità reciproca e crea un circolo vizioso che non fa altro che danneggiare, paralizzare ulteriormente la persona disabile e aggiungerei immobilizzare la società stessa.

Luisa Iodice

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IL PARADOSSO PSICOSOMATICO: IL CORPO “PARLANTE” ED IL VUOTO INTERIORE MA I SOGNI AIUTANO A VIVERE MEGLIO?

1 commento Add your own

  • 1. oneliaorabona  |  14/03/2012 alle 14:37

    veramente una storia che riaccende la voglia di vivere e apprezzare le cose che abbiamo, soprattutto cercando di comprendere chi ha meno o chi è meno fortunato……pensavo di vederlo e mi hai dato un incipit in più!🙂

    Rispondi

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