MA I SOGNI AIUTANO A VIVERE MEGLIO?

15/03/2012 at 13:08 1 commento

L’ossimoro che un noto presentatore sembrava voler proporre con questa domanda è solo apparente: posto che la vita non è un sogno, è ormai culturalmente assodato e scientificamente fondato che sognare fa bene al vivere, non soltanto sotto il profilo dell’umore: quest’attività è essenziale per l’esistenza stessa di tutte le specie mammifere, che possono andare incontro a serie disfunzioni dell’equilibrio fisiologico quando  questa funzione registra importanti anomalie.

“Siamo fatti della stessa stoffa di cui sono fatti i sogni”: la celebre e poetica considerazione shakespeariana potrebbe essere forse la conclusione più ovvia della nostra disamina. Ma procediamo con ordine.

Prospettive a confronto

In un’epoca in cui la psicologia non era una semplice conoscenza intellettuale ma un vero e proprio modo di essere, al sogno era conferita un’importanza estrema, quasi oracolare:  essi predicevano eventi fortunati o nefasti ed erano responsabili della malattia come dell’uscita da essa. Gli antichi Greci credevano, infatti, che i sogni non fossero un prodotto della mente ma che la persona, in sonno, fosse letteralmente visitata dal sogno, come modalità attraverso la quale le divinità, dispensatrici di punizioni e di benedizioni, comunicavano  con gli individui delle cui sorti avevano quotidiana liceità di dispensare. Al tempo, il sogno era parte di un rituale eseguito all’interno di caverne (“incubare” vuol dire appunto “dormire nel tempio”), che aveva come scopo ultimo la guarigione del sognatore: il sogno terapeutico, infatti, “illuminando” il viandante o il pellegrino che si recava presso il luogo designato allo scopo, costituiva la modalità attraverso la quale guarire dalle malattie (attraverso l’apparizione della divinità che indicava la parte malata, conducendola così a liberarsi dal male; oppure attraverso visioni terrificanti e catartiche, in cui la fine della malattia era l’esito di un viaggio entro l’ignoto, l’oscuro, l’incomprensibile).

In epoche successive, come è ormai ampiamente noto, per il padre della psicoanalisi il sogno ha iniziato a rappresentare la “via regia verso l’inconscio”: attraverso la produzione onirica, l’individuo si pone nella condizione di realizzare (in forma allucinatoria) desideri non accessibili alla coscienza, per l’intensità affettiva o per la particolare forma rappresentativa, e attraverso specifici ed articolati meccanismi (condensazione e spostamento simbolico i principali, accanto a quelli messi in opera nei riguardi degli affetti) tenta di aggirare strategicamente il lavoro della censura. Raccontarsi una favola, una piacevole “bugia”, per addolcire una verità amara e piuttosto scomoda. Essa, inoltre, permette di realizzare la necessaria scarica somatica, evitando un accumulo energetico fonte di dispiacere: sollievo per il corpo oltre che per la psiche, dunque.

Dalla prospettiva individuale si passa poco dopo alla prospettiva collettiva: anche Jung prende in considerazione il lavoro onirico, ma ne valuta la conformazione particolare e caleidoscopica in riferimento alla dimensione gruppale allargata. Ponendosi a cavallo tra la psicoanalisi e la psicologia sociale, l’allievo dissenziente di Freud ci parla del sogno come della voce dell’Inconscio collettivo, che attraverso questa via si palesa agli occhi dell’individuo che produce le sue figure e le verbalizza, per raccontarsi e condividere una storia che affonda le sue radici in un patrimonio ancestrale e profondamente universale. Gli “archetipi”, simboli della creatività collettiva, sono l’impronta di un’eredità primitiva che perviene all’uomo e a cui egli, appartenente a culture e luoghi diversi, può continuamente attingere e così ri-discutere, maneggiare per trasformarla, riconfermandola attraverso linguaggi diversi.

Questa concezione si è fatta strada al punto che la terapia oggi, pur avendo visto sul piano individuale un significativo abbandono del metodo interpretativo classico, sul piano gruppale ha visto il recupero e l’utilizzo del sogno come strumento metodologico quasi elettivo, dal momento che esso costituisce, parafrasando un’espressione già citata, la “via regia verso l’inconscio collettivo”.

Il senso psichico del sogno si accompagna però, inevitabilmente, al suo “senso” somatico: pur non essendo ancora chiara la ragione biologica per la quale si ricorre all’attività onirica e la sua funzione (le ipotesi sono molteplici: dalla preservazione del sonno all’integrazione continua della realtà esterna funzionale alla reazione rispetto a potenziali pericoli, che in tal modo non colgono impreparati), la moderna neurologia ed il progresso tecnologico che ha investito le strumentazioni utilizzate per osservare il sogno e catturarne le specificità a partire dal cervello, ci hanno rivelato che la sua attività è molto simile a quella dello stato di veglia e si realizza in prossimità della fase REM, sonno profondo che determina la dimenticanza al risveglio spesso associata ai prodotti onirici. Ciò, con grande probabilità, giustifica le ipotesi prima citate e adottate dagli studiosi per motivare la necessità del sogno: sognare fa bene, e perché ciò si realizzi è opportuno dimenticare, come se “paradossalmente” il benessere fosse legato ad un’operazione di dimenticanza (al contrario di quanto è sostenuto normalmente in campo psicologico rispetto alla salute). Sogno, incamero, integro, incorporo…e deposito. In questo caso, la rimozione corrisponderebbe ad un processo di più profonda acquisizione, piuttosto che ad un’operazione di esclusione, funzionale all’evitamento di vissuti spiacevoli. Ciò, inoltre, non contrasta la funzione di memoria, che anzi ne risulta rafforzata ed agevolata soprattutto nella sua dimensione diacronica (in altri termini, a lungo termine): il sonno e il sognare che gli si accompagna, infatti, servono a ripulire la memoria da eventuali accumuli e residui superflui, evitando che il sistema possa sovraccaricarsi e così saltare, compromettendo di conseguenza (e senza soluzione) il funzionamento globale dell’essere. Il fuori viene così introdotto nell’individuo per essere digerito e ricollocato nuovamente all’esterno, in un circolo virtuoso e continuo di cui il singolo si fa in-consapevole strumento e promotore attivo: il ciclo della salute.

Sara Loffredo

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“DOVE ANDIAMO? A RESIPIRARE UN PO’ !” IL BAMBINO NELLA PIOGGIA

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