LA DIPENDENZA AFFETTIVA NELLE DINAMICHE FAMILIARI: UN FATTORE TRANSGENERAZIONALE

24/03/2012 at 17:34 Lascia un commento

La notizia da cui parte la riflessione sul tema di oggi non è recentissima, ma ha fatto scalpore: a Venezia, una coppia di coniugi settantenni si è rivolta al giudice affinché la propria figlia, 38enne e con un lavoro part-time, fosse allontanata da casa. Secondo i genitori la convivenza era ormai divenuta “insostenibile, conflittuale ed esasperante”. La donna in questione giustificava la permanenza a casa con il guadagno non sufficiente a permetterle uno spostamento; ma i genitori non hanno voluto saperne. La madre, specialmente, non sopportava più questa convivenza forzata,  “dovuta all’incapacità della figlia di farsi autonoma”. E il giudice, in data 30 aprile 2010, le ha dato ragione, per la prima volta in Italia.

Possiamo trarre spunto per fare alcune considerazioni in merito a questo fenomeno, molto diffuso in Italia, dei cosiddetti “figli albergati”,  giovani adulti (dai 30 ai 40 anni) che per qualche motivo vivono ancora in casa con i genitori. Al di là dei casi in cui il fattore economico incide notevolmente, e ciò non permette ai figli di avere quella stabilità economica necessaria per una vita indipendente, ci sono molti casi in cui un giovane, pur con un lavoro fisso e con guadagni relativamente soddisfacenti, non ne vuole sapere di mettere in atto questo “fatidico” allontanamento dalla casa genitoriale. Il tema che si vuole qui prendere in considerazione è quello della “dipendenza affettiva”, cioè quel tipo di legame genitori-figlio che ostacola il raggiungimento della piena indipendenza dal nucleo familiare originario. Quanto incidono le dinamiche transgenerazionali nella conquista dell’autonomia (di tipo pratica e affettiva) che è alla base della scelta di allontanamento dalla casa genitoriale da parte di questi giovani?

Le riflessioni che seguono sono nate da un gruppo di lavoro che ha analizzato la questione durante un corso tenuto presso l’ Università Federico II di Napoli, sotto la supervisione del Prof. Giovanni Starace.

LEGAMI FAMILIARI: AUTONOMIA RECIPROCA

Innanzitutto bisogna avere una visione bi-direzionale del fenomeno: l’autonomia dei figli rispetto ai genitori è connessa con l’autonomia dei genitori rispetto ai figli. In questo senso, l’atmosfera familiare può promuovere o meno l’indipendenza di tipo affettivo. Si tratta di prendere in considerazione i  bisogni emergenti e quanto questi siano soddisfatti dalla relazione genitore-figlio. Il buon genitore, quello che “non fa mancare mai niente al figlio” nel senso proprio di questa affermazione, in realtà non permette l’insorgere dei bisogni in quest’ultimo: in questo modo, ad un livello inconscio, la relazione soddisfa entrambi: da una parte il genitore fa il suo ruolo soddisfacendo i bisogni del figlio; dall’altra parte il figlio fa il suo ruolo nel permettere al genitore di prendersi cura di lui. Questo “gioco di ruoli” è appropriato, senza dubbio, per una fase molto più primitiva del  rapporto in questione. E’ evidente che se questa si protrae fino a quando il figlio compie trent’anni (e oltre), questa non evoluzione dei ruoli non consente a quest’ultimo di rendersi indipendente dai genitori, perché non ne ha mai sentito il bisogno.

IDENTIFICAZIONI E RUOLI TRASMESSI

Un altro livello del problema è quello che riguarda il tipo di identificazioni che i genitori propongono ai figli. Nell’ambito lavorativo, molto spesso i genitori desiderano che il figlio “segua le proprie orme”, a volte perché un certo lavoro appartiene alla propria tradizione di famiglia. In questo modo, seppur non esplicitamente, il figlio in questione avverte la pressione che preme su di lui in questo ambito, e questo, in un certo senso, gli “chiude” diversi orizzonti in cui muoversi, costringendolo a legarsi ad un certo tipo di visione del mondo lavorativo, che in realtà è quella dei propri genitori. Da ciò ne consegue una forte inibizione della propria autonomia. Si è visto che i giovani che hanno modo di sperimentare vari lavori o comunque che intraprendono strade lavorative diverse da quelle genitoriali, hanno un minor grado di dipendenza affettiva nei confronti dei genitori e si possono permettere, così, scelte più autonome in ogni ambito di vita.

Anche l’identificazione con i tipi di ruolo che il genitore propone nelle relazioni familiari può essere determinante. Molte volte i giovani affermano che “finché si è sotto il tetto con i propri genitori, si è sempre figli”, non importa l’età anagrafica. Un concetto simile, ma che riguarda più specificamente le donne, è il loro rapporto con lo status materno: in molti casi il desiderio di allontanamento sorge in seguito ad un progetto di matrimonio o un progetto di gravidanza; in entrambi i casi l’allontanamento coincide con la costituzione di un nuovo nucleo familiare, non è presente l’idea di un allontanamento di per sé. Questo può essere connesso con il tipo di ruolo che la madre, in quanto tale, trasmette alla figlia: quest’ultima si vede, per così dire, limitata a conseguire l’allontanamento solo nel caso in cui acquisisca a sua volta lo status di moglie/madre proprio del genitore. Ecco dunque come l’essere “figlio” sia un status pesante da affrontare lungo il processo di autonomizzazione, che certamente non è un processo lineare. Per poterlo trasformare al meglio, in una relazione più indipendente dal punto di vista affettivo, c’è bisogno di una spinta evolutiva da entrambe le controparti.

 IL FATTORE TRANSGENERAZIONALE

I fattori che favoriscono il processo di autonomizzazione e di indipendenza affettiva si articolano necessariamente all’interno di una dinamica che vede trasmettere, da una generazione all’altra, identificazioni, ruoli e aspettative legate ad essi. Questi ovviamente risentono dei movimenti culturali più ampi e non restano immutati nel passaggio intergenerazionale. Se una madre ha bisogno che il figlio rimanga a casa perché non sopporta, inconsciamente, di perdere il suo status e quindi il “prendersi cura di qualcuno”, un figlio non è detto che rimanga passivo nel suo ruolo, ma a seconda del contesto, può mettere in atto una serie di dinamiche, anche reattive, che trasformano la relazione simbiotica in una relazione più sana. Si è discusso se un nucleo familiare particolarmente coeso potesse costituire un ostacolo all’allontanamento dalla casa genitoriale.

C’è bisogno necessariamente di conflitti nelle dinamiche familiari per far sorgere in un figlio l’esigenza di allontanarsi, per poter avere uno “spazio privato”? Possiamo ipotizzare che le dinamiche sottostanti siano differenti. Nel primo caso, quello di una buona coesione familiare,  l’esigenza di un allontanamento può certamente sorgere: i genitori trasformano i propri ruoli e non tengono il figlio in scacco dal punto di vista affettivo, ma promuovono la sua autonomia. Nel secondo caso, dove ci sono delle dinamiche conflittuali, l’idea di allontanarsi si sviluppa su una dinamica di tipo reattivo: i genitori e il figlio non sopportano più la convivenza e fanno qualcosa per cambiare la situazione, come nel caso di cronaca riportato. Il conflitto e il disagio, come in altri ambiti di vita, spesso produce una spinta evolutiva e, in questo caso, può aiutare entrambe le controparti a raggiungere l’indipendenza affettiva.

Stefano D’Alessio

Entry filed under: Uncategorized. Tags: .

IL BAMBINO NELLA PIOGGIA IL METODO DEL FOTOLINGUAGGIO CON GRUPPI DI DONNE IN CARCERE

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Trackback this post  |  Subscribe to the comments via RSS Feed


Articoli recenti


%d blogger cliccano Mi Piace per questo: