IL METODO DEL FOTOLINGUAGGIO CON GRUPPI DI DONNE IN CARCERE

29/03/2012 at 16:35 Lascia un commento

Quanto di seguito riportato è stato il tema di una conferenza organizzata presso l’Università Federico II, tenuta dalla Prof.ssa Maria Clelia Zurlo e dallla Prof.ssa Magali Ravit dell’ Università di Lione.

Il metodo del fotolinguaggio ha alla base un concetto molto semplice, cioè che la fotografia può divenire un efficace strumento di conoscenza di sé. Il lavoro e l’esperienza della Ravit, che applica tale metodo ad un gruppo di donne in carcere, ha l’intento di dimostrare come esso può essere utile nel permettere ai pazienti, o meglio volontari, un riappropriamento della propria soggettività.

Per quanto riguarda l’esame psicologico di tali pazienti, emergono dei concetti chiave: il primo è quello di “vuoto narcisistico”: tale vuoto può esser fatto risalire, riferendosi alla teorizzazione di Winnicott, ad un mancato contenimento da parte della madre. Ciò significa che la madre (per motivi quali una sindrome depressiva post-partum) non si è dimostrata “sufficientemente buona” nell’interpretare e soddisfare i bisogni del bambino, non è stata capace di realizzare una relazione empatica con esso, lasciandolo in preda alle angosce. La relazione precoce, se avviene senza complicanze, è una esperienza soggettivante, pone le basi dell’autoerotismo; se il contenimento è carente, il soggetto non si percepisce come “soggetto”, ma come “oggetto” dell’altro. Questo è proprio ciò che è frequentemente riscontrabile nelle persone in carcere: il loro passaggio all’atto violento è in parte legato a questo percepirsi come “oggetti”, a causa di un mancato rispecchiamento nella figura materna nell’ambito della relazione precoce, che non ha posto le basi per la caratterizzazione dell’individuo.

Un secondo concetto chiave legato al passaggio all’atto violento è quello di “captazione speculare” : nello pischismo è presente un processo riflessivo, che permette al soggetto di rappresentare sé stesso come soggetto rappresentabile. Tale processo può essere malfunzionante: è il caso degli psicotici in cui manca questa attività rappresentativa, così nel passaggio all’atto lo psicotico usa l’altro come specchio mancante.

Dunque il passaggio all’atto violento e criminoso rappresenta una reazione e vendetta sull’altro, a cui si vuole far provare questa condizione di oggetto in cui si trova chi agisce la violenza.

Si è visto come il carcere, e le esperienze che si provano in esso (come ad esempio la dilatazione del tempo causata dalla routine in cui ogni detenuto è immerso) possono riattivare i vissuti d’oggetto, quindi avere un effetto negativo sui carcerati. La routine del carcere è uno dei motivi per cui tutte le attività che vengono proposte ai carcerati sono ben accette: difatti evitano la passività, la “scomparsa del tempo” che ognuno di essi prova.

Ecco perchè il metodo fotolinguaggio può avere un effetto positivo anche in questo senso: ciò che accomuna i carcerati è la loro volontà di partecipare. In cosa consiste questo metodo?

–         In una prima fase avviene la composizione dei gruppi. In tale fase avviene la selezione dei partecipanti. Le sedute da effettuare sono 5/6, tuttavia è difficile assicurare una continutà di partecipazione, dunque se una persona rifiuta di partecipare o per altri motivi non può più essere presente alle sedute, ne viene invitata un’altra.

–         La seduta ha inizio con una domanda posta dallo psicologo che guida gli incontri. Queste domande sono postulate in base all’orientamento del gruppo, ai vissuti e agli avvenimenti che avvengono nella prigione di settimana in settimana. Allo stesso modo vengono selezionate le foto da sottoporre ai detenuti.

–         I soggetti hanno a disposizione tali fotografie per rispondere alla domanda. Dunque essi sono chiamati ad esprimersi mediante la scelta di una foto. Questa tecnica aggira la normale vergogna che si prova quando si effettuano queste attività di gruppo. Alla scelta della foto segue una discussione di gruppo.

 Ad esempio lo psicologo può chiedere: “Scegliete una foto per parlare di una dipendenza non tollerabile”. Ogni soggetto ha le sue foto per poter rispondere. Una detenuta sceglie la foto di una donna in farmacia, riferendosi alla dipendenza da farmaci.

 La discussione di gruppo che ne segue permette una co-costruzione e condivisione di vissuti di malattia, che consente una certa soddisfazione narcisistica.

Il metodo fotolinguaggio permette un’attività rappresentativa, promuove la creazione di simboli che fanno riemergere i vissuti traumatici, legati al vuoto narcisistico. Il gruppo fotolinguaggio permette una scelta d’appartenenza, e non un’azione subìta. Rappresenta uno spazio affettivo legittimo.

E’ importante però che il dispositivo sia fatto su misura, deve cioè adattarsi alle modalità di rappresentazione dei pazienti che partecipano in quel dato momento, e non deve essere intrusivo col rischio di riattivare vissuti di violenza subìta.

Stefano D’Alessio

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