LA TERAPIA OCCUPAZIONALE

03/04/2012 at 13:42 Lascia un commento

Nel secolo XVI Voltaire scrive, « L’uomo è fatto per l’azione, come il fuoco tende verso l’alto e la pietra verso il basso. Non essere occupato e non esistere è per l’uomo la stessa cosa».

Secondo la terapista occupazionale Cunningham J. P. (2006) l’ergoterapia evidenzia l’importanza per gli individui d’essere attivi ed il suo concetto di fondo è racchiuso nell’affermazione: fare contribuisce ad essere e che l’essere impegnati ed attivi è un bisogno primario dell’essere umano, poiché l’essere umano è un animale occupazionale. Inoltre i terapisti occupazionali Fidler G., Fidler J. (1963) sostengono che l’elemento centrale, di questa attività terapeutica è il fare inteso come la capacità d’agire orientata da bisogni e motivazioni.

L’attività quotidiana dell’uomo è considerata da sempre un valido strumento di prevenzione e di cura delle patologie fisiche e delle malattie mentali, mentre l’inattività è stata valutata come una causa aggravante delle situazioni critiche. Infatti come affermano Amelia Belli e Gabriella Ba (2003) già nel 2000 a.C. molte antiche civiltà prescrivevano per la cura di gravi affezioni mentali, attività di danza, esercizi di musica e di giardinaggio.

L’uso dell’occupazione come mezzo terapeutico si deve agli inizi del secolo XVIII allo psichiatra francese Philippe Pinel (1745-1826), il quale nel 1830 scrisse il primo trattato di psichiatria dove espose i principi della dottrina del trattamento morale. Scive Pinel « L’occupazione è in grado di capovolgere la china viziosa delle idee fisse e d’influenzare la facoltà di comprendere».

Agli inizi del secolo XX si fece strada, nel campo della salute mentale, il pensiero dello psichiatra-dinamico Adolph Meyer (1866-1950). Meyer considerava le malattie mentali come il risultato d’abitudini e comportamenti disorganizzati e come un problema d’adattamento e di equilibrio tra il lavoro e il gioco. Per tale ragione Adolph Meyer riteneva che il trattamento dei disturbi psichici dovesse includere attività, produttive e di ozio, generatrici di piacere ricreativo e lavorativo.

Tuttavia la prima riunione per la promozione della disciplina ergoterapeutica ebbe luogo nel marzo 1917 negli Stati Uniti d’America, a New York. In quell’occasione fu coniato il termine tecnico di terapia occupazionale, ad opera di un gruppo di professionisti provenienti da ambiti molto diversi; gli architetti George Edward Barton e Thomas B. Kinder, l’assistente sociale Eleanor Slagle Clark, lo psichiatra William Rush Dunton Jr., l’insegnante d’arte Susan Cox Johnson, l’infermiera Susan Tracy e il medico Herbert Hall.

Sebbene il metodo di cura della terapia occupazionale si fosse sviluppato già all’inizio del XX secolo negli Stati Uniti, è soltanto nel 1952 che nasce la World Federation of Occupational Therapists (la Federazione Mondialedei Terapisti Occupazionali) considerata a tutt’oggi l’organizzazione internazionale ufficiale per la promozione della terapia occupazionale nel mondo.  In questi stessi anni, un’altra importante voce che si eleva nel panorama della terapia occupazionale è quella dell’ergoterapeuta Mary Riley. Quest’ultima durante un incontro col suo gruppo di ricerca occupazionale tenutosi nel 1962 presso la Southern CaliforniaUniversity, affermò:  «l’uomo attraverso l’uso delle sue mani, energizzate da mente e volontà, è capace d’influire sullo stato della propria salute».

Nel nostro paese, diversamente da quanto si è verificato nel panorama estero, un vero e proprio riconoscimento dell’ergoterapia, come professione e come strumento riabilitativo si avrà solo più tardi, con la fondazione a Roma dell’associazione Italiana dei Terapisti Occupazionali (A.I.T.O) nel 1977.

La terapia occupazionale dunque nasce come quell’ambito d’intervento che si propone di promuovere e di mantenere nel tempo la capacità nel paziente di svolgere, in modo soddisfacente, i compiti della propria vita, di sviluppare la padronanza di sé e dell’ambiente in cui è inserito.  Questo è l’assunto principale dell’orientamento olistico, sostenuto tra gli altri da Fidler G. e Fidler J. (1963) e dall’ergoterapeuta Chris Mayers (1990). Secondo quest’ultimo l’ergoterapia cerca di comprendere il soggetto nella sua totalità, prestando attenzione ai suoi interessi, ai suoi bisogni, ai suoi desideri, alle sue risorse personali e sociali ma anche alle sue paure e ai suoi limiti.

Anche l’approccio centrato sul cliente costituisce un altro fulcro teorico che ben si combina con gli assiomi della terapia occupazionale, come rileva la terapista occupazionale Thelma Sumsion (2006): il metodo di cura basato su di esso,  elaborato dallo psicologo statunitense Carl Rogers (1902-1987) negli anni ’50, considera il soggetto in modo globale e gli riconosce pieno  statuto decisionale, oltre al ruolo di protagonista della sua stessa esistenza, nei termini in cui lo considera una persona e non più solo un malato. In Italia, Gabriella Ba riprende questa concezione dell’individuo applicandola alla terapia occupazionale, dal momento che i presupposti teorici dell’approccio centrato sulla persona si concretano nella valorizzazione delle risorse che il soggetto possiede e nell’incentivarlo all’assunzione della piena autonomia, attraverso l’impegno e la scelta di un’occupazione, sottoforma di attività ludico-ricreative.

Enrica Esposito

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IL METODO DEL FOTOLINGUAGGIO CON GRUPPI DI DONNE IN CARCERE ERGOTERAPIA E PSICODINAMICA

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