ERGOTERAPIA E PSICODINAMICA

07/04/2012 at 16:30 Lascia un commento

Riattraversando il sentiero della psicoanalisi attraverso il fare, ritroviamo come anche Freud sostenesse che la molla d’ogni attività umana fosse l’aspirazione verso le due mete convergenti dell’utile e del piacevole, in particolare in un’affermazione a lui attribuita secondo cui: amare e lavorare sono le due capacità che indicano la sanità mentale e il pieno sviluppo maturazionale dell’individuo (Goleman D. 1996).

Come sostiene Gabriella Ba (2003), sebbene il valore del fare e dell’adattamento dell’individuo al suo contesto fosse stato riconosciuto già da tempo, in ergoterapia un vero e proprio modello psicodinamico fu sviluppato negli anni ‘60 da Fidler e Fidler: nella loro concezione, il fare insieme del clinico con il singolo paziente o col gruppo terapeutico nelle attività del quotidiano, ricreative o espressive, assume significato e senso di mediatore della comunicazione verbale e non verbale, diretta e indiretta. Ad essi si deve l’idea che l’attività occupazionale scelta dal paziente è da considerare come una rappresentazione inconscia dei bisogni e delle difese del soggetto e bisogna dunque prestare molta attenzione alla scelta dell’attività occupazionale compiuta dai pazienti. Da qui, secondo i sostenitori del modello ergoterapeutico psicodinamico gli elementi fondamentali della terapia occupazionale sono tre: l’azione che il soggetto compie definita anche attività occupazionale, gli oggetti che usa nell’attività prescelta o gli oggetti che ne sono il risultato, e le relazioni interpersonali che influenzano l’azione e che sono influenzate a loro volta dall’azione.

Un’altra componente non trascurabile del modello psicodinamico della terapia occupazionale è il setting. Come afferma Gabriella Ba il setting ergoterapeutico si costituisce come uno spazio potenziale che contiene oggetti transizionali che vengono usati dal paziente per comunicare i suoi pensieri e sentimenti: colori, legno, plastica etc . I termini spazio potenziale e oggetto transizionale originano dal pensiero dello psicoanalista inglese Donald W. Winnicott (1974), il quale descrive lo spazio potenziale come « Un’area ipotetica che esiste (ma non esiste) tra il bambino e l’oggetto (madre o parte della madre), durante la fase del ripudio dell’oggetto come non-me, vale a dire quando finisce l’essere fuso con l’oggetto». Secondo l’autore giocare è una maniera particolare d’agire, è un modo di trattare la realtà in forma soggettiva. Rileggendo le concezioni winnicottiane, l’ergoterapeuta Gabriella Ba afferma che, secondo lo psicoanalista inglese, ad un certo punto dello sviluppo cognitivo-affettivo del bambino l’oggetto transizionale è sostituito dalla cultura e dal linguaggio, inteso come sistema di simboli che consente all’individuo di comunicare. A tal riguardo Claudine Vacheret (2008) sostiene che Winnicott nei suoi lavori insiste sulla continuità d’esperienza tra l’investimento dell’oggetto transizionale e l’investimenti degli oggetti culturali. Chouvier B. (2002) ha definito l’oggetto mediatore come un medium che attraverso le sue caratteristiche tangibili di forma, colore, spazio occupato, di esistenza autonoma rispetto a chi lo vede, è un oggetto in grado di mobilizzare l’attività simbolica della psiche. R. Kaes (2008), invece, scrive che «Non è l’oggetto in sé ad essere mediatore, ma è mediatrice la funzione che svolge all’interno di un contesto relazionale» . L’oggetto mediatore è un supporto per le rappresentazioni preconsce, e favorisce il lavoro psichico di creazione di legami, è un mezzo per l’elaborazione e la presa di coscienza. La Cunningham (2003) ritiene che la terapia occupazionale può essere definita una tecnica di mediazione attuabile con il singolo individuo e nel gruppo. Il gesto e l’azione, al pari della parola e degli oggetti concreti, hanno un valore simbolico: il fare costituisce lo spazio dove il mondo interiore del paziente si incontra con il mondo interiore del terapeuta; il fare crea un legame.

Il Modello Vivaio di matrice psicodinamica è nato a Milano nel centro di psicologia dell’età evolutiva circa trent’anni fa, grazie alla collaborazione di Julie Piergrossi Cunningham, Carolina De Sena Gibertoni, e altri professionisti impegnati nel settore occupazionale. La filosofia del M.O.V.I. è fondata sulla convinzione che le occupazioni, il fare insieme e le relazioni umane, sono centrali nella vita degli esseri umani, e in quanto tali sono essenziali per la salute e il benessere degli individui. Tale modello ha come obiettivo principale l’integrazione dei concetti psicoanalitici con una relazione terapeutica ancorata al fare, annunciando il tal modo il risveglio della psicoanalisi nella terapia occupazionale. La Cunningham afferma che il M.O.V.I. ha come presupposto teorico, il riconoscimento e lo studio dei movimenti emozionali attivati e veicolati attraverso il fare, che si attivano all’interno della relazione interdipendente che si instaura, tra il terapeuta, il paziente o il gruppo, e l’attività prescelta: qui si crea una dinamica transferale del comprendere facendo, dove ciascuno dei tre protagonisti della situazione terapeutica comunica con gli altri attraverso il fare e il fare insieme. Secondo il Modello Vivaio, il ruolo del fare è quello di consentire l’accesso alla mente. Attraverso il fare, in presenza di o con i pazienti, è possibile avere accesso in modo indiretto al loro mondo interno, ai loro ricordi e avvicinarsi ai pensieri e alle emozioni che sottendono le loro azioni ma anche osservare a ciò che creano, trasformano o distruggono dell’ambiente, senza essere avvertiti come invasivi. Tutte le occupazioni dell’individuo riguarderebbero principalmente tre sfere di vita: la cura di sé, il gioco, e il lavoro.  Una delle sfere occupazionali prese in considerazione nel modello Vivaio è il gioco:  esso è considerato per lo più un’attività svolta principalmente durante l’infanzia ma come sostiene la Cunningham il gioco anche in età adulta deve essere considerato un’attività molto importante poiché consente all’individuo di rilassarsi, di divertirsi e di fare esperienza della propria capacità creativa, in particolare se si tiene conto che l’interazione di tutte e tre le sfere di vita è insita nel fare di ogni individuo. La Cunningham inoltre sostiene che il paziente porta con sé il suo mondo reale e il suo mondo interno (fantasie, impulsi, desideri, interessi, difficoltà) nella stanza occupazionale.

Fra i maggiori promotori, degli ultimi anni, del pensiero psicoanalitico nel campo della terapia  occupazionale, non ci si può esimere dall’annoverare Lindsey Nicholls, per il suo interesse a comprendere quando il fare può agire come un contenitore, come un luogo in cui penare, e quando può assumere la forma di un’inutile o maniacale difesa, come un modo per evitare sentimenti, pensieri e relazioni. La Nicholls considera l’occupazione, il fare, in due modi: come rappresentante simbolico dei bisogni umani e come uso inconscio delle difese che divengono nel corso del tempo non adattive; inoltre fa proprio il pensiero di Field e Field (1963) sostenendo che bisogna prestare attenzione alla scelta occupazionale del cliente, poiché può racchiudere in sé un potenziale rafforzamento delle difese nevrotiche o psicotiche. Tale affermazione si fonda sulla considerazione che l’attività svolta dai pazienti può rappresentare un valido sostituto di un’esperienza che suscita in loro un sentimento d’angoscia, un’intensa paura o un bisogno: in questo senso la scelta di un’attività occupazionale è da considerarsi come una rappresentazione simbolica dei processi interni ed esterni, che si manifestano nel fare del soggetto. La Nicholls (2007) infine asserisce che ogni attività occupazionale è portatrice di un processo creativo e di un impegno relazionale poiché, come sosteneva anche S. Freud, attraverso l’occupazione ci si connette al mondo esterno

Enrica Esposito 

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LA TERAPIA OCCUPAZIONALE EMOZIONI, MALATTIA E CANCRO

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